E poi arrivava Roby

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Per noi era il campetto dei giardini. I giardini sono quelli di viale Don Sturzo, zona nord di Mestre, un rettangolo di verde ritagliato tra i palazzoni di un quartiere cresciuto negli anni Settanta. Avremmo scoperto molto tempo dopo che sotto a quei prati – e a quel nostro campetto da basket – erano state sotterrate tonnellate di fanghi nocivi, scorie di Porto Marghera messe li a tappare il buco delle vecchie cave prosciugate. Allora non lo sapevamo e forse – forse – è stato meglio così, perché su quel campetto abbiamo passato dei pomeriggi fantastici.

Nel periodo di scuola, il turno per noi liceali iniziava alle due. Mangiavamo il fretta, mettevamo la tuta, prendevamo la bici e il primo che arrivava si metteva a tirare. Sul lato di via Lavaredo, solitamente. Dall’altra parte, sotto un gigantesco “Inter merda” vergato sul tabellone da mano ignota, il ferro era storto e quasi sempre senza retina. Verso le due e mezza eravamo arrivati tutti. Io, Massimo, il Teo, il Costa, ogni tanto anche il Kape coi suoi tiri ad alzo zero che entravano sempre e magari anche il Kalle, che faceva incazzare il Teo perché, secondo lui, faceva casino e non sapeva giocare, ma ci metteva più grinta di tutti. A bordo campo avevamo anche il coach. Non ho mai saputo come si chiamasse. Per noi era Mario, come Mario De Sisti, l’allenatore della Reyer di allora. Si metteva al di là della balaustra, guardava e fumava la pipa. Non commentava, ma sembrava preso dai nostri improbabili tre contro tre.

E poi c’era Roby. Lui era una presenza fissa. Arrivava verso le tre e trequarti, quando avevamo già regolato i nostri conti – io e Massimo contro Costa e il Teo, di solito: le squadre più equilibrate – e con lui facevamo l’ultima partita. Si metteva sempre sulla linea da tre, all’angolo, e da lì non si muoveva. Ogni tanto gli arrivava la palla e lui, immancabilmente, la portava sopra la testa e tirava verso canestro, con un gesto così simile a quello del calciatore in una rimessa laterale. Spesso segnava. Non sempre, ma più di quanto la gente potesse immaginare. La sua passione per il basket era più forte della sindrome di Down.

Simone Battaggia

 

Note a bordo campo

Fondo: cemento, delimitato da balustre.

Canestri: supporto unico al tabellone; retine presenti.

Accesso: interdetto a causa di lavori.

Indirizzo: via Don Sturzo, Mestre – Venezia

 

(foto Alessandro Tomasutti)

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