Dai dinosauri a noi, l’evoluzione biologica del basket

Campo all'aperto dell'Istituto Foscari, Mestre - Venezia

 

Se non stai attento, succede. Basta uno spiazzo d’erba, qualche albero addormentato. Magari i rumori della strada, troppo lontani. Ci sarà sempre qualcuno che, passando, si chiederà dove giocare una partita. Rimbalzando il pallone con impazienza. Davvero, è questione di poco.

Sentita l’eco, il campo cresce da sé. Iniziano le linee di fondo, poi le aree. Se ti trovi in città, c’è caso pure che i tre punti siano a distanza regolare: sai, per via dell’aria. Dopo si arrampicano i tabelloni, in genere con strani arabeschi di ferro – prodigi della biologia – e infine i canestri. Oh, non che si possa pretendere il massimo, almeno finché esisterà la ruggine. Però il segno del tempo lo capisci dalle retìne: sono come la barba. Qui, per esempio, deve ancora scendere.

Tuttavia, guarda: il riflettore è in piedi. Quando funziona, vuol dire che il campo è maturo. Perché mica ci arriva sempre, il progresso, a coprire tutto. Il basket c’era già coi dinosauri, come la terra e il cielo. Anche se allora si tirava solo da due.

Francesco Sarti

 

Note a bordo campo

Fondo: cemento.

Struttura: a traliccio; quadrato di riferimento quasi del tutto scolorito.

Accesso: riservato agli studenti dell’Istituto Foscari

Indirizzo: via Pertini 13, Mestre – Venezia.

 

(foto di Alessandro Tomasutti)

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