Mese: maggio 2014

Canestri in attesa di giudizio

Campo viale San Marco Mestre - Venezia

 

Ho appena visto due polsi ammanettati. Frequentato corridoi senza capire. Salutato guardie armate con un cenno. Sono le tre del pomeriggio, a stomaco vuoto. Il mio Dominus cammina a passo spedito: fa il podista a tempo perso. La sua udienza è un dibattimento mancato per un vizio di notifica, ma vale lo stesso per la firma di presenza sul mio libretto da praticante avvocato. Per arrivarci abbiamo assistito a una fila di direttissime. Ho la testa piena di furti, oltraggi a pubblici ufficiali e rapine in flagranza. Di facce in silenzio. È in programma il solito, salvifico, tramezzino in centro. Ma prima bisogna superare il cortile del tribunale, percorrere e lasciare un breve tratto del viale e incunearsi tra le auto, sotto il sole a picco. È già primavera.

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Vista dalla gabbia, Marghera sembra Brooklyn

Campo  da basket via Cattani Marghera, Venezia

 

Dalle parti del fiume Hudson le chiamano “the cages”, le gabbie. Sono i playground newyorkesi delimitati da alte recinzioni metalliche, circondati da palazzoni interminabili e scale esterne anticendio. Quello che nell’immagine sembra un angolo di Brooklyn, è invece uno scorcio di Marghera, a due passi dal quartiere Cita.

I tabelloni non sono recenti, ma essenziali e danno l’impressione di una rigidità che non perdona esitazioni al tiro. Risalgono sicuramente almeno agli anni Ottanta, quando il lato inferiore e l’attacco dell’anello non erano allineati. Il tag scolorito di un writer alle prime armi, che assomiglia a qualcosa come “Cina”, è l’unica forma di espressione concessa. Continua a leggere

“Dezzare” all’ombra della Madunina

Campo via Dezza, Milano

 

Ci si è appeso al ferro anche KD, comparso in un giorno di settembre, come un Brambilla qualsiasi o i Rashid di ogni giorno. Zona Papiniano, a due passi da San Vittore, i platani fanno da contorno al campetto di via Dezza, dove nobili parabole e crossover di belle speranze fluttuano fra le pm10 in uno dei più frequentati playground milanesi.

Pavimentazione rossastra, canestri e tabelloni quasi sempre in ordine, le auto come cornice sonora in un contesto comunque non da rush hour; di recente intitolato a Mario Borella, il rettangolo di via Dezza è veramente un punto di riferimento ormai storico della palla a spicchi meneghina. Punto di incontro casuale o sempre più spesso location di eventi sponsorizzati, è ancora una realtà verace di uno sport “che pulsa dal basso”, e dove atletismo e fondamentali si fondono con lo show-off del basketware alla moda.

L’affollamento è notevole, soprattutto nel secondo pomeriggio e nei sabati di bella stagione (ma non solo), e la frequentazione è varia, chiassosa il giusto e ben autodisciplinata. Tra regolamento affisso e tanta presenza sui social media, i turni di “dezzate” sono ben gestiti e, come in tutti i campetti di rango, ci spopolano maghi e leader della crew.

In una Milano ammaliata da una AJ un po’ Olimpia un po’ McDonald, un luogo dai e vai che pretende retine integre. Palleggio, arresto e tiro, grazie.

Matteo Alzetta

 

Note a bordo campo

Fondo: cemento, uniforme in buone condizioni.

Canestri: strutture monopalo.

Accesso: pubblico, scarsa illuminazione serale.

Indirizzo: via Dezza, Milano.

 

(foto di: Matteo Alzetta)

Il vero mistero dei Maya e della prima forma di basket della storia

Campo della pelota Chichén Itzà

 

Maledetti Toltechi. Se invece di partire alla conquista dello Yucatan, alla fine del 900 dopo cristo, se ne fossero stati tranquilli sui loro umidi altipiani del nord, la civiltà Maya sarebbe resistita qualche secolo in più, diciamo almeno fino all’arrivo dei Conquistadores. E forse, anche quella forma ante litteram di pallacanestro che i Maya avevano inventato, sarebbe stata più longeva. L’idea (s)tolteca di sacrificare il capitano della squadra vincitrice, alla lunga non poteva certo attrarre stuoli di praticanti, anche se il premio era un posto in prima fila nell’aldilà.

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In Messico all’ombra dei ragni giganti (dove si fa canestro passando per un porta da calcio)

Campo da basket, Mexico.

 

Sembrano grandi insetti di ferro, pronti ad avanzare uno verso l’altro. Ad un primo sguardo questi canestri, comunemente diffusi nelle strade del Messico, colpiscono per la forma bizzarra. Una pianta a rettangolo rovesciato, il cui lato lungo fa da base alla struttura. Sembrano solo canestri un po’ strani, che capovolgono i canoni consolidati dei playground.

E invece il rovesciamento di questi manufatti è prima di tutto sportivo. Osservandoli con più attenzione, questi non sono canestri da basket. O meglio, non soltanto. La parte inferiore della struttura è a tutti gli effetti una porta da calcio. Continua a leggere

Il fantasma del Circus: Palladio, l’Inghilterra e un canestro che forse non c’è

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E’ uno di quei posti che tutti sanno dove si trova, ma in pochi ci sono stati. «Non certo perché gode di brutta fama. Ma no, figuriamoci. E’ solo che non c’è mai stata occasione…» Fino al giorno in cui succede. Chiariamoci: camminare per il Circus, sub-quartiere di Chirignago nella cintura periurbana di Mestre, non è come farlo in centro città il sabato pomeriggio. Il passo spensierato deve lasciare il posto a falcate diritte, movimenti sicuri delle braccia e sguardo che mira un punto indefinito. In periferia il linguaggio del corpo è una cosa seria. Continua a leggere

Canestri, nuvole e parabole: l’istruzione a distanza e le contraddizioni del Messico

Campo da basket Telescuela Messico

 

Potrebbero passare inosservati questi canestri, sull’interminabile rettilineo che taglia in due la foresta dello Yucatan e porta alla città perduta di Cobà. Dietro ad una recinzione si scorge un campo da basket ben conservato, con strutture monopalo e tabelloni decorati con loghi di varia natura e una linea grafica che richiama tanto quella della Coca-Cola, onnipresente lungo qualsiasi strada del Messico.

Il campo da gioco in realtà fa parte di una struttura scolastica molto particolare. In apparenza potrebbe sembrare una piccola scuola di campagna. Sullo sfondo le immancabili nuvole nel cielo messicano. Un po’ più defilata, una parabola satellitare sul tetto del minuscolo edificio, dettaglio in apparenza irrilevante, che invece è la chiave di questa immagine. Continua a leggere