Il vero mistero dei Maya e della prima forma di basket della storia

Campo della pelota Chichén Itzà

 

Maledetti Toltechi. Se invece di partire alla conquista dello Yucatan, alla fine del 900 dopo cristo, se ne fossero stati tranquilli sui loro umidi altipiani del nord, la civiltà Maya sarebbe resistita qualche secolo in più, diciamo almeno fino all’arrivo dei Conquistadores. E forse, anche quella forma ante litteram di pallacanestro che i Maya avevano inventato, sarebbe stata più longeva. L’idea (s)tolteca di sacrificare il capitano della squadra vincitrice, alla lunga non poteva certo attrarre stuoli di praticanti, anche se il premio era un posto in prima fila nell’aldilà.

Tra l’altro il regime di terrore instaurato dai bellicosi Toltechi nelle terre dei pacifici Maya, si rivelerà fatale non solo per lo sport nazionale dell’epoca, ma per intere città. Come per Chichèn Itzà, dove, a causa dell’eccesso di sacrifici umani, le fonti d’acqua – in cui venivano gettate le vittime – si inquinarono a tal punto da causare un’epidemia e il conseguente spopolamento della allora capitale della penisola yucateca.

Se per i Maya lo sport si legava ai più importanti riti religiosi e astronomici (i tornei venivano disputati quattro volte l’anno in occasione di equinozi e solstizi), per i Toltechi infilare un pallone in uno degli anelli del campo centrale di Chichèn Itzà aveva soprattutto una forte valenza politica. Da praticanti, i notabili della capitale divennero spettatori. E non c’è da meravigliarsi, visto che ai vincitori era riservato il “privilegio” di farsi decapitare. In realtà era un modo per tenere in scacco il popolo, con il miraggio di un benevolo trapasso per chi avesse vinto.

Il campo di Chichén Itzà era il Maracanà dell’epoca, il Madison Square Garden all’aperto dell’era maya. Scendere su quel terreno significava essere tra i migliori giocatori di tutto lo Yucatan e pochi avevano la possibilità di sfidarsi davanti ai sacerdoti e ai nobili della capitale. Sull’enorme spianata, a pochi passi dal grande tempio di Kukulkan, si fronteggiavano due squadre di sette elementi ciascuna.

Se si ha la fortuna ancora oggi di confrontare di persona un normale campo di una qualsiasi città maya, con quello di Chichèn Itzà, si rimane senza parole. Con oltre 130 metri di lunghezza e 40 di larghezza, lo stadio della capitale lascia letteralmente senza fiato. I canestri non sono fissati a quattro metri di altezza, come nei normali campi delle altre città, ma almeno a sei o sette. In cima alle enormi mura laterali, che incombono sul terreno di gioco, è posizionata la tribuna dei sacerdoti, ad almeno venti metri di altezza. Le stesse tribune di fondo campo sono opere di raffinata ingegneria, la cui acustica permette di parlarsi a 130 metri di distanza.

Se davvero quel gioco assomigliasse così tanto al moderno basket, non sarà mai dato sapere, anche perché gran parte della cultura Maya fu cancellata dagli stessi Toltechi prima e dagli Spagnoli dopo. Qualsiasi cosa prevedessero le regole, rimane il fatto che dovesse essere fatta a sette metri di altezza. Il vero mistero Maya, però, non sono né le regole del gioco, né i sacrifici umani, né le loro apocalittiche previsioni. Il vero mistero è come sia stato possibile che la prima forma di basket sia proprio stata inventata dai Maya – che all’epoca arrivavano a stento al metro cinquanta di altezza – una delle popolazioni più basse della storia dell’umanità.

Alessandro Tomasutti

 

Note a bordo campo

Fondo: terra battuta.

Struttura: anello verticale in pietra.

Accesso: possibile visitando il sito archeologico di Chichén Itzà

Indirizzo: Chichén Itzà, Yucatan, Mexico

 

(foto di Alessandro Tomasutti)

 

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