Canestri in attesa di giudizio

Campo viale San Marco Mestre - Venezia

 

Ho appena visto due polsi ammanettati. Frequentato corridoi senza capire. Salutato guardie armate con un cenno. Sono le tre del pomeriggio, a stomaco vuoto. Il mio Dominus cammina a passo spedito: fa il podista a tempo perso. La sua udienza è un dibattimento mancato per un vizio di notifica, ma vale lo stesso per la firma di presenza sul mio libretto da praticante avvocato. Per arrivarci abbiamo assistito a una fila di direttissime. Ho la testa piena di furti, oltraggi a pubblici ufficiali e rapine in flagranza. Di facce in silenzio. È in programma il solito, salvifico, tramezzino in centro. Ma prima bisogna superare il cortile del tribunale, percorrere e lasciare un breve tratto del viale e incunearsi tra le auto, sotto il sole a picco. È già primavera.

Qui, di fronte a un parcheggio improvvisato, hanno messo insieme un campo da basket all’aperto. È piuttosto improbabile, stretto fra la via di scorrimento che conduce alle glorie veneziane e il sottobosco di quartiere. Davanti ho la mia scuola delle medie, con chiesa. Ogni primo venerdì del mese una messa, e pressoché sempre, a ricreazione, un’orda di sciamannati a calciare una palletta su una spianata di sabbia, senza squadre, regole o punti. Una versione anticattolica del rugby.

Io su questo campo non ho mai giocato. Neanche un tiro dall’angolo. Però mi piacerebbe. Il tabellone è stranamente colorato al contrario. Woody Harrelson, in “Chi non salta bianco è”, metteva un gancio da venti metri sparando su un canestro a sfondo bandiera del Sudan. E vinceva la scommessa, raccomandando la fidanzata a “Jeopardy”, il quiz milionario. Io non ho la fidanzata.

C’è già qualcuno che si allena. Adolescenti in libera uscita, bambini incerti. Chissà se anche qui passano i trentenni che fronteggio al parco. No, è troppo isolato. Troppo urbano. Così ascolto ancora qualche rimbalzo finché mi vedo gettare via la ventiquattrore e la giacca, varcando la balaustra in ferro tutto incravattato e con le scarpe di vernice.

“Mi fai fare un tiro?”, chiedo all’imberbe con la maglia di Bryant che ha appena sfoderato un air-ball dal gomito dell’area. Mi guarda un po’ sorpreso e mi lascia il pallone. Sono nell’angolo, la mia posizione preferita, e sento i pori dello Spalding tra le mani. Buona presa, assenza di vento. Si tratta solo di segnare.

“Quanto ha speso di copie di verbale?”, mi domanda il Dominus. E io lo fisso inebetito, proprio mentre l’autobus che ci recupera alla civiltà, si ferma davanti a noi.
“Ora guardo”, biascico.
Devo ancora giocarci, su quel campo.

Francesco Sarti

 

Note a bordo campo

Struttura: monopalo. Due particolarità: una delle due strutture non parte da terra, bensì è rialzata a mezzo metro da terra su uno scalino; uno dei due tabelloni è stato dipinto di nero, con quadrato di riferimento lasciato bianco al centro.

Fondo: cemento non in perfette condizioni; linee piuttosto scolorite.

Accesso: libero a tutte le ore.

Indirizzo: viale San Marco 45, Mestre – Venezia.

 

(foto: Alessandro Tomasutti)

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