Mese: giugno 2014

Non si gioca a basket con gli angeli

San Marco, Venezia

«Più grande del campanile di San Marco». E’ un’iperbole usata di frequente a Venezia per indicare qualcosa o qualcuno che supera di gran lunga le ordinarie dimensioni. Un modo di dire che aiuta a misurare la realtà e dare senso alle cose.

Per pochi metri il campo da basket nella foto non supera in altezza il campanile di San Marco. Sul lato opposto, fuori dall’inquadratura, lo stesso campo domina di gran lunga quello di San Giorgio, posto al centro dell’omonima isola dirimpetto a Palazzo Ducale. Siamo a poppa di una delle meganavi da crociera in transito nel bacino di San Marco.

Su questo campo si potrebbe eseguire tranquillamente un terzo tempo guardando dall’alto in basso le cupole dorate della Basilica di San Marco. Si potrebbe, volendo, tirare da tre e avere pronto sullo scarico San Giorgio in cima alla cuspide del campanile. Ci si potrebbe persino improvvisare in un dai e vai celestiale con l’Arcangelo Gabriele, se la vertigine non prendesse il sopravvento.

Ci sono posti, però, dove non bisognerebbe giocare. Lasciamo che passarsi il pallone in cielo sia una faccenda solo per angeli.

 

Alessandro Tomasutti

 

Note a bordo campo

Struttura: monopalo.

Fondo: non rilevato.

Accesso: riservato ai passeggeri della nave.

Indirizzo: itinerante.

 

(foto di Alessandro Tomasutti)

 

L’estate che cambiò tutto

via Querini Mestre

 

A quell’età che era una terra di mezzo – i dodici, i tredici, i quattordici anni – bastava un’estate a trasformare la gente. In un’estate l’occhialuto S. era passato da zelante collezionista di playmobil ai vhs di Cicciolina Moana Eva Orlowsky. Da anonimo nerd divenne così un punto di riferimento per l’intero quartiere, visto che le videocassette le spacciava generosamente (oltre a disporne per uno sfrenato consumo personale).

Primo chitarrista alla Messa dei ragazzi, come è bello e gioioso stare insieme come fratelli,  L. in un’estate era passato dalla divisa dei boy scout ai capelli lunghi, ai cannoni, No Woman No Cry e Redemption Song ma colla “ere” dei mestrini. Continua a leggere

Il girotondo più bello del mondo

Immagine 255

 

Negli ultimi tempi, in Italia, il meglio sta spesso fuori dal campo. Per esempio, prima, dopo e a volte anche durante gli incontri della Reyer Venezia, è facile imbattersi in nugoli di ragazzini che rincorrono una palla a spicchi attorno al perimetro di quello strano bunker antiatomico che è il palasport Taliercio. La ragione di questo fenomeno è la lodevole scelta di piantare canestri di varie forme ed altezze, tutto intorno all’impianto sportivo.

Bambini alti, bassi, magri, in sovrappeso, sovrappensiero, veloci, svegli, lenti, sudati, si mescolano senza criterio per poi coagularsi in gruppi più o meno uniformi, attorno ad uno di quei canestri e che insieme, tutti intorno all’enorme fungo di cemento, formano il girotondo più bello del mondo. Le partite più vere, la domenica, si giocano lì fuori. Continua a leggere

Il lato oscuro del resort

Campo resort Playa del Carmen

 

Chissà se la loro presenza risulta in qualcuna delle migliaia di cartelline plastificate in dotazione allo staff di uno dei moltissimi resort che si susseguono lungo la costa Maya da Cancùn a Playa del Carmen senza soluzione di continuità. Sono messi lì, più per standard che per convinzione. Fanno parte del non detto, del non visto che inevitabilmente si cela dietro a queste organizzazioni para-militari del turismo internazionale. Due canestri, di quelli mobili, scelti a catalogo. Posizionati a una distanza casuale tra loro, in un angolo del campo in erba sintetica per il calcio a cinque.

Il fatto che a nessuno delle migliaia tra ospiti, animatori, cuochi, camerieri, portieri, donne delle pulizie, addetti al taxi, prenotatori di gite, barman, addetti all’allineamento delle sedie a sdraio, giardinieri, idraulici, manutentori specializzati e non, supervisori, di questi canestri importasse meno di nulla, è stato confermato dal fatto che, al momento di immortalarli, l’unica forma di vita presente sul posto insieme all’autore dello scatto fosse un’iguana, tra l’altro prontamente ritiratasi nel tombino antistante l’ingresso al campo non appena intuito il goffo tentativo di ritrarla. Continua a leggere