L’estate che cambiò tutto

via Querini Mestre

 

A quell’età che era una terra di mezzo – i dodici, i tredici, i quattordici anni – bastava un’estate a trasformare la gente. In un’estate l’occhialuto S. era passato da zelante collezionista di playmobil ai vhs di Cicciolina Moana Eva Orlowsky. Da anonimo nerd divenne così un punto di riferimento per l’intero quartiere, visto che le videocassette le spacciava generosamente (oltre a disporne per uno sfrenato consumo personale).

Primo chitarrista alla Messa dei ragazzi, come è bello e gioioso stare insieme come fratelli,  L. in un’estate era passato dalla divisa dei boy scout ai capelli lunghi, ai cannoni, No Woman No Cry e Redemption Song ma colla “ere” dei mestrini.

Al campetto “il Biondo” non era nessuno e infatti qualcuno lo chiamava, spregiativamente, “la Bionda”. Nel sentitissimo Partitone-tutto-campo il Biondo rimaneva quasi sempre fuori dai dieci, condannato con gli altri esclusi a tiracchiare svogliatamente nel canestro libero mentre la squadra era in attacco (e levarsi subito, niente storie, in caso di contropiede). Ma a fine agosto, passata l’estate, con nostro sommo sbigottimento il Biondo si ripresentò con una percentuale mostruosa dalla media ed ottimi risultati anche da tre. Soprattutto segnava dall’angolo, e questo al campetto rappresentava le stigmate dei migliori. Cristo, uno che la buttava dentro alla grande, un tiratore coi controco**oni, un Oscar, un Bryant (il papà), un Riva, o stando fra i biondi del tempo un Rowan, un Ebeling.

Mentre la Compagnia era a Jesolo, il Biondo doveva avere passato tutta l’estate al campetto a tirare, da solo. Così da settembre in poi era massimo una terza scelta nel Partitone-tutto-campo, sicuro di rientrare nel draft. Anzi conteso fra i due che facevano le squadre. «Prendo il Biondo». Come C., fisico sgraziato ma inarrestabile in penetrazione anche perchè ti piantava i gomiti sulle costole, tipo Fantozzi (il livornese). Come “i Petrovic” alias “i Zemei”, due gemelli taciturni dal tiro mortifero. Come V., l’unico vero rimbalzista del campetto, basso ma tecnico e soprattutto grosso e incazzoso. Di fronte al suo strapotere fisico, provavamo ad innervosirlo chiamandogli continuamente “passi” e “doppia”.

Si giocava peso, al campetto. E si giocava sempre, anche con la pioggia se proprio non veniva giù tanto forte. La metamorfosi estiva era servita al Biondo per risalire le gerarchie del campetto e della Compagnia, che coincidevano: essere scarsi nello sport ti lasciava ai margini del gruppo, fra i comprimari, le scartine, gli sfigati. E a Mestre per noi a quell’età là e in quegli anni là – la metà, la fine degli Ottanta – lo sport era solo il basket ed era tutto.

Se non eravamo al campetto (ma ci andavamo spesso anche dopo cena), eravamo a guardare in tivù la NBA di Peterson o le squadre slave di Tavčar su Koper Capodistria, oppure eravamo per ore a giocare a One on One sul Commodore 64, Doctor J contro Larry Bird a ritmo di ragtime (questa cosa qui). La domenica, una sì e una no al Taliercio a vedere la Pepper, qualche volta pure all’Arsenale tifando di nascosto contro la Reyer: accadde così che assistemmo ai 70 di Praja Dalipagic alla Virtus.

Poi nel nostro mondo tutto basket fecero irruzione, quasi all’improvviso, gli ormoni. Uno scompiglio interiore indomabile. In un’estate le fie della Compagnia si era fatte donne, tutte tette e malizia. Ci lasciarono indietro in un contropiede perfettamente eseguito. I loro occhi, ora truccatissimi, guardavano i più grandi. Smettemmo di sognare il gancio-cielo di Kareem per Serena Grandi e per la compagna di banco. Sempre più spesso al campetto lasciammo giocare gli sbarbati.

Elvis Lucchese

 

Note a bordo campo

Struttura: monopalo, con protezioni in gomma.

Fondo: cemento liscio.

Accesso: (informazione non disponibile)

Indirizzo: via Querini, Mestre – Venezia, Italia

 

(foto di Elvis Lucchese)

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