Il museo della follia che riporta tutto alla normalità

Campi da basket a San Servolo

 

Mania senzafurore. Lipemania con stupore. Melanconia semplice. Pazzia circolare. Monomania intellettuale. Le definizioni delle follie incuriosiscono più che inquietare. I volti immortalati esprimono tristezza più che minaccia. Ben più sinistri invece appaiono gli strumenti di “cura”, dalle docce gelate alle camice di forza. Tra i corridoi di questo museo della follia si riscopre un microcosmo di dolore la cui memoria sarebbe facilmente stata sopraffatta dalla bellezza che circonda l’Isola di San Servolo.

Per due secoli e mezzo, a partire dalla fine del Settecento, l’ex monastero immerso nelle acque poco distanti dal Bacino di San Marco è stato la sede del manicomio maschile di Venezia (le donne erano destinate all’Isola di San Clemente). Troppi pochi anni erano passati da quando a Parigi Pinel aveva “liberato gli alienati dalle catene” in piena Rivoluzione francese. Troppi anni dovevano ancora trascorrere prima che Basaglia cambiasse del tutto la prospettiva verso la malattia mentale e donasse la dignità a tante persone cui era stata negata.

Qui fu rinchiuso Mattio Lovat. Di mestiere faceva il ciabattino ed era affetto da una grave forma di autolesionimo, accompagnata da deliri mistici. La combinazione delle due sindromi lo indusse ad un tentativo quasi riuscito di autocrocefissione, calandosi dalla finestra di casa mediante un complicato sistema di carrucole. Riuscì a salvarsi, ma in seguito a questo episodio fu portato a San Servolo dove morì non molti giorni dopo il suo arrivo. Dalle parti della Madonna dell’Orto a Venezia di questa storia si parla ancora.

Oggi l’isola è un idillio per conferenzieri in gita premio. Un buen retiro di studenti upper-class di tutto il mondo che frequentano l’esclusiva università internazionale che vi ha sede. Anche i matrimoni in grande stile vanno per la maggiore. Tra vialetti sinuosi, scorci impagabili, piante rare e discutibili opere d’arte, si fa fatica ad immaginare che quest’isola, in un tempo non lontano, fosse un manicomio. Per fortuna questo meritorio museo, curato dalla Fondazione San Servolo Irsesc, ci riporta alla normalità e rende giustizia alla storia del luogo.

Ci sono persino strutture sportive di prim’ordine, compresi due campi da basket affiancati l’uno all’altro nella parte dell’isola che si affaccia a sud, verso gli Armeni e più in là verso l’isola abbadonata di Poveglia. Ma non avventuratevi senza un appuntamento o se non siete al seguito di una visita organizzata al museo. Sarete respinti verso il pontile e vi toccherà attendere a lungo uno dei rari vaporetti che passano da quelle parti. Curioso destino di un’isola dove fino al secolo scorso vi avrebbero portato per non farvi più uscire, e dove oggi, pur volendo, non vi farebbero entrare.

Alessandro Tomasutti

Note a bordo campo

Strutture: monopalo, in ottime condizioni.

Fondo: tartan in ottimo stato; linee perfettamente segnate.

Accesso: riservato agli ospiti dell’isola o in occasione di visite guidate

Indirizzo: Isola di San Servolo, Venezia, Italia

(foto di Alessandro Tomasutti)

 

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