I campi senza ricordi nella valle della memoria

 Canestro, Stava

Uno dei primi segnali di normalità, qualche anno dopo la tragedia, fu la comparsa di questi campi da basket. Fanno parte di un complesso di alberghi costruiti poco prima di entrare nel bosco da dove il 19 luglio di 29 anni fa si staccò l’enorme massa di fango e detriti che spazzò via un’intera valle. Poco distante sarebbero sorti il Centro di documentazione e la sede della Fondazione Stava 1985, che tutt’oggi tiene viva la memoria della tragedia.

All’epoca tutto mi sarei aspettato di vedere comparire su quello stesso luogo, meno che sei perfetti canestri dotati di immacolate retine. Perché mai tra le prime forme di vita a rivelarsi, in quel placido angolo di montagna violentato dalla cupidigia umana, dove la pallacanestro semplicemente non era mai esistita, erano state non uno, ma ben tre campi da basket?

L’inspiegabile dissonanza mi ha rincorso negli anni, inducendomi a realizzare che nel profondo tracimasse un prepotente desiderio di rimuovere il dolore. Come se la totale estraneità di quei campi, dove forse nessuno avrebbe nemmeno mai giocato, avesse avuto il compito di ridisegnare il paesaggio e restituire un’anima ai quei luoghi. Nel frattempo, nel giro di qualche anno anche la natura avrebbe fatto la sua parte. Ogni traccia del disastro sarebbe svanita, ricoperta dal sottile manto di verde brillante che aveva cominciato a risalire le pendici sfregiate dall’onda.

Campi Stava, Trentino

Duecentosessantotto morti. Settantuno di loro mai riconosciuti, arrivati davanti a Dio senza nemmeno un volto. Centottantamila metri cubi di acqua e fango, che percorsero in venticinque metri al secondo i quattro chilometri di valle. Stava non fu una tragedia locale. Non lo si ricorda mai abbastanza, ma fu una catastrofe nazionale, non solo per i numeri, ma soprattutto per i nomi. Metà delle vittime, molte di loro lì in vacanza o per lavoro, venivano da tutta Italia: Milano, Venezia, Reggio Emilia, Bari, Cagliari.

Impossibile dimenticare le sirene nel silenzio di mezzogiorno. Una valle intera, la Valle di Fiemme, faceva da enorme cassa di risonanza ai suoni di allarme dei Vigili del Fuoco che da ogni angolo partivano per portare soccorsi. Immediatamente tutti ci ritrovammo in strada, con le parole e i gesti inadeguati di chi non sa. Eppure, per essere compreso, l’indicibile non ha bisogno di essere conosciuto. Tutti, bambini, adulti, anziani, avevamo perfettamente chiaro che si trattava di qualcosa fuori dalla portata umana. 

Poche ore dopo seppi che io e mio padre eravamo passati in macchina sul ponte di Tesero mentre lo tsunami di fango era già partito. Volevamo fermarci a salutare un conoscente, che gestiva l’emittente radiofonica della valle. Ma era tardi, sarebbero stati già tutti a tavola e così decidemmo di proseguire. Avevo otto anni e il destino mi risparmiò la vista di quell’apocalisse in movimento.

Come tutte le tragedie anche questa era nota con largo anticipo. Forse solo le gioie hanno il privilegio dell’anonimato. Come emerse dalle ricostruzioni in sede processuale, i segnali di instabilità dei bacini di decantazione utilizzati per contenere i residuati della fluorite, erano già conosciuti da tecnici e dirigenti dell’azienda che gestiva la miniera di Prestavel. E la cosa era venuta conoscenza anche degli abitanti.

Qualche giorno dopo la tragedia, mio padre ricordò una frase riferitagli alcuni anni prima dalla proprietaria di uno degli alberghi rasi al suolo. Parole che al momento gli suonarono strane ma senza un significato specifico e che invece in quei giorni rivelarono tutto il terrore sommerso sotto lo strato dell’inquietudine umana. «Sì è un bel posto questo, l’albergo va bene. Speriamo solo che un giorno non ci portino tutti via».

Alessandro Tomasutti

 

Note a bordo campo

Struttura: quattro monopalo e due a traliccio; retine per conservate.

Fondo: asfalto; righe segnate diversamente a seconda del campo.

Accesso: riservato ai clienti dell’albergo.

Indirizzo: SP 215, Stava – Tesero, Trento – Italia

 

(foto di Alessandro Tomasutti)

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