Viaggio nei Balcani (1). A Kalemegdan, nella fortezza del basket tra storia e canestri

Fortezza Kalemegdan Belgrado

A Belgrado può succedere di tutto. Anche di incontrare Batman (o un tizio vestito da, fa poca differenza) in missione notturna sul ponte che scavalca il Danubio, mentre dall’acqua riecheggiano le note delle più strane discobar mai viste: una fila di chiatte attraccate alla sponda del fiume e convertite in locali alla moda, ognuna con un proprio tema musicale, dalla techno al pop, dal jazz al soul, preferibilmente live.

Non c’è peraltro da sorprendersi: Belgrado è la città della commistione, a cominciare dalla foggia dei suoi palazzi, un singolare mix di stili in cui ordinati edifici asburgici fissano perplessi polverosi esemplari dell’era socialista.

Sono trascorse storie, dominazioni, culture. Anche religioni: il periodo ottomano ha lasciato in eredità una moschea ancora attiva, quello successivo la più grande chiesa ortodossa al mondo. Nel magma ci si muove senza problemi: al traffico pulsante può sempre contrapporsi la tranquillità dei bar all’aperto. E c’è verde, giovinezza, svago. Nessun turismo. Ma sull’orizzonte, come un avvoltoio in picchiata, si staglia la sagoma sventrata del Ministero della Difesa, bombardato nel ’99 dalla Nato in risposta alla repressione in Kosovo dell’allora presidente Milosevic.

Un caos, volendo. Ma per dare all’insieme un giro di bussola ci si può sempre volgere a Kalemegdan, la cittadella fortificata che domina Belgrado, offrendo in un battito di ciglia tutto lo skyline. Ora è parco con musei e ristoranti. Ma nel tempo ha visto centinaia di battaglie e di sangue. Te lo ricordano le pietre e i fossati, i cannoni e i pendii.

Però non ti aspetti che in questo reliquiario esista lo sport. E che sport. Un’arena interamente dedicata alla pallacanestro, con campi, tribuna e una scritta che, per gli addetti ai lavori, non ha bisogno di spiegazioni: “KK Partizan”. Viene subito voglia di giocare davanti ai riflettori e alle mura, ammantando i rimbalzi di spirito gladiatorio, anche prima di Naismith, anche prima del basket. Qui sono passati i romani, e si vede.

Distolti dalle silhouette dei giocatori dipinte su una facciata, dal cancello in ferro che immette a uno dei campi accessibili al pubblico, ci si dimentica perfino dell’improvvisato uno contro uno che il classico allenatore serbo (per l’idea che un italiano può avere del classico allenatore serbo) mette insieme torturando la giovane speranza di turno. Perché sì, Divac, Danilovic, Djordjevic e chi più ne ha, però adesso fateci sfidare i millenni.

Poi ci si accorge che il tempo stringe e bisogna visitare la tomba di Tito. Perché a Belgrado c’è stato anche lui, e non ha giocato a basket.

—–

Francesco Sarti

—–

Struttura: monopalo.

Fondo: cemento, con linee segnate. Più campi praticabili, uno dei quali con tribuna.

Accesso: in parte pubblico, in parte riservato a un centro sportivo.

Indirizzo: Kalemegdan, Belgrado, Serbia

(foto di Francesco Sarti)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...