Viaggio nei Balcani (3). La collina sopra il viale dei cecchini

Campo da basket a Sarajevo

 

Nel basket un cecchino è un tiratore da tre. A Sarajevo un cecchino è un cecchino. Esiste una strada, si chiama “Zmaja od Bosne”. Collega il centro storico con l’aeroporto. Di suo, è un’arteria di scorrimento come se ne vedono tante: auto, semafori, grattacieli. Ma vent’anni fa era un’altra cosa. Qui è ricordata come “il viale dei cecchini”. Un posto in cui, da qualsiasi parte ti voltassi, ti sparavano. Dalle montagne, dalle pendici degli edifici, dai muri. Ogni giorno. Per quasi quattro anni, tanto durò l’assedio, dal ’92 al ’95.

Avevi un bell’attraversare, anche tu. In cerca di acqua, viveri. Il mercato era sotto tiro di mortaio, i serbi erano pure lì. Ma da qualche parte bisognava andare. Le ortiche, per quanto buone, non bastavano più. La tua casa, nel frattempo, si era ristretta. La cucina era diventata la stanza più importante, anche perché era l’unica. Il resto era stato bombardato. Per il viale campeggiava un cartello: “Pazi snajper”. Attenzione: cecchino. Ancora. Sempre.

Il cielo pesava. Per terra, a volte, inciampavi su un cadavere. Però a scuola si poteva andare. Al lavoro pure. È che a volte non si tornava. C’erano dei giornali, si stampavano con fatica. Pieni di necrologi. E qualcuno organizzava dei festival, per tenersi in piedi: musica, teatro. In uno dei titoli in cartellone, preso da Shakespeare, si sbarrava il “not to be”: Amleto poteva scegliere, tu no. Bisognava vivere.

Mi chiedo: l’hai mai visto questo campo, in Zmaja od Bosne? Ci hai mai giocato? Sì, insomma: esisteva o no, in quel periodo là? Vedo che ha un canestro su due, i tabelloni non proprio nuovi. Però forse no, non esisteva. E sai perché? Perché non ha i buchi. Non quelli rimasti sul palazzo di fronte, ad esempio. Quelli li hanno lasciati i cecchini, qui al massimo hanno tirato da tre.

E dimmi un po’: ci sei passato per il tunnel? Quello che hanno costruito qui sotto, che per andare nella zona libera dovevi farti ottocento metri con la schiena curva e il fango fino ai fianchi.

Io ieri ho percorso venti metri, il resto è crollato. E ho visto le mine e il filo spinato attorno. Il vessillo dell’Onu. Le facce dei morti.

Non sono mai stato in un lager, se non dopo.

Non ho mai fatto la guerra con l’uniforme e le snickers ai piedi.

E non ho mai raccolto ossa o arti.

Non ho mai guardato i miei decomporsi. 

No, per me il cielo è leggero.

Ma in questo campo un tiro non lo provo, e non solo perché, a quanto pare, ha l’accesso privato.

È che, poco più avanti, c’è una collina che sembra perfetta per la scritta “Hollywood”, hai presente? Solo che non c’è spazio a sufficienza. È piena di croci.

Davvero, non so se c’eri, o con chi sto parlando. Però è quello che mi domando da quando sono qui, di tutte le persone che incontro che hanno più di vent’anni.

C’eravate?

E se c’eravate come avete fatto a restare?

Come può una casa trasformarsi nell’inferno e ritornare una casa?

No, non ci credo che basti ricostruirla.

Qui bisognerebbe pure rifare il cielo.

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Francesco Sarti

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Note a bordo campo

Struttura: a traliccio. Su uno dei due tabelloni manca il canestro.

Fondo: in cemento, con linee del campo segnate.

Accesso: riservato agli studenti di una scuola all’interno di un più ampio campo sportivo.

Indirizzo: Zmaja od Bosnie, Sarajevo, Bosnia Erzegovina

(foto di Francesco Sarti)

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