Confessioni di un tram

Marghera

 

Sono bello e sgangherato. Sono fatto per muovermi, ma molto spesso mi fermo, per dispetto. Scellerato. Sarà perché mi tocca andare sempre e soltanto indietro e avanti e non posso mai scartare di lato, come i bufali. È un mestiere, come tanti.

Ho le antenne ma non pungo, sibilo ma non ho le ali. Mi snodo, ma non sono un serpente. Ho un cugino molto più veloce di me che però di ruote ne ha due. A me invece tocca fare gli equilibrismi, una vita da acrobata sospeso su un filo d’argento. Da qua a là. Sono un tram.

Fino a non molto tempo fa mi fermavo poco lontano dalla stazione, perché avevano pensato bene di far crollare un intero palazzo di dieci piani per farmi passare sotto le rotaie di mio cugino. O almeno avevano rischiato di fare.

Adesso finalmente mi infilo, ridiscendo, risalgo e mi stendo per allungarmi dall’altra parte, salutato da allegri giochi d’acqua. Chi ha immaginato Marghera non aveva di certo pensato a me, con tutte queste curve e questi rondò. Ma ho saputo adattarmi, o meglio, arrotondarmi.

Ho molti detrattori (che non sono mezzi agricoli che fingono quarti di nobiltà). Se la prendessero con chi spande invece di spendere, con chi sale invece di scendere. Le mandassero a dire a chi taglia nastri e poi la corda, a chi fa brindisi e poi disastri. E lasciassero stare me.

Grazie a me, ora, queste Venezia, Mestre, Marghera, sono più piccole e più grandi al tempo stesso. Più piccole, perché fino a poco tempo fa la ferrovia e il cavalcavia erano un muro fisico e una barriera mentale. Adesso io riporto l’opposto al suo segno, ridò fiducia ai margini e li rimetto al centro.

Più grandi, perché grazie a me potete attraversare l’Italia, i Balcani e un po’ di Medio-oriente, nel giro di quattro fermate. Il sabato mattina troverete cinesi delle montagne vendere enormi pellicce fatte con pelo di animali sconosciuti. Manterrete il passo di madri velate che procedono composte nel caotico via vai del mercato. Vi sembrerà di essere un po’ a Smirne, ma anche un po’ a Sarajevo per via di quel ritornello balcanico che viene da laggiù in fondo.

Le verdure, quelle no, vengono dal moderno Occidente Paleoveneto, dal contado fedele che riversa in città i frutti delle sue nebbie. Un po’ di idioma grezzo non farebbe male, così come qualche parola di Ortodosso russofono aiuterebbe. Specie se, quando montate sui miei convogli, voleste attaccar bottone con una delle tante donne dagli zigomi alti venute dal freddo, che consumano container di rimmel e contorno occhi, ma non scambiano uno sguardo neanche per errore.

Mi dicono pure di una Osteria delle Meraviglie, a pochi passi da una delle mie fermate. Sembra che in terraferma non ce ne sia una che possa solo avvicinare i suoi trionfi di cappesante, le sue cornucopie di fritti di mare, innaffiati da una Malvasia suadente e infida come una scogliera dalmata.

Mi dicono anche che nella stessa via ci sia questo canestro. E che di così geniali non ce ne siano in nessun cortile di tutta la Gronda lagunare. Fissato, al centro di una croce religiosamente anodizzata, tra specchi regolari di plexiglass. Non ha retina, non ne ha bisogno. Più che un canestro è una visione.

Se non mi credete, non fa niente. Se non mi prendete, fa lo stesso. Ma se mi chiamate, per favore, non chiamatemi Desiderio.

Alessandro Tomasutti

Note a bordo campo

Struttura: anello senza retina fissato ad una struttura di metallo anodizzato tra due lastre di plexiglass.

Fondo: cemento.

Accesso: interdetto, proprietà privata (accesso a garage).

Indirizzo: via Giacomo Mattei, Marghera, Venezia.

(foto di Alessandro Tomasutti)

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