Della stessa materia dei sogni. Venezia e i canestri di Dalì.

San Francesco della Vigna

 

La porta è socchiusa, come se invitasse ad entrare. Un solo passo e inizia un mondo parallelo, uno di quelli che gli scienziati non si sentono di escludere. Un’onda di luce taglia in due lo spazio, tracciando una perfetta perpendicolare. La luce viene dalla laguna, al di là del muro.

Un gabbiano sta al centro di questo microcosmo, un passo dentro la linea d’ombra. Immagino ingenuamente che da un momento all’altro si allontani e spicchi il volo, vedendomi arrivare. Non è così. È del tutto indifferente alla mia esistenza. Mi muovo come in un quadro di De Chirico. I colori sono netti, il tempo immutabile, l’attesa eterna. Mi sposto come un entità estranea e ora sono perfettamente cosciente di non poter modificare nulla di quello che ho davanti.

Poco distante dal gabbiano, un pallone in favore di luce. Ancora silenzio. Sono dentro una composizione in cui ogni angolo, ogni prospettiva, ogni oggetto è nel posto dove deve essere. Indietreggio trattenendo il fiato nel timore che tutto possa finire. Uno dei canestri scende da una struttura arcuata ed è sospeso a fili quasi invisibili, esattamente come lo avrebbe disegnato Salvador Dalì. Il tabellone trasparente smaschera l’illusione del tempo destinato a liquefarsi fino a scomparire.

Una perfetta asimmetria tiene in equilibrio l’intero spazio. Il campo da gioco non ha un inizio né una fine, non ha destra né sinistra, non ha un prima né un dopo. Alle mie spalle altri due canestri. Uno di questi è fissato poco più in alto rispetto all’angolo di una finestra. Il tabellone non esiste eppure c’è. È un trompe l’oeil disegnato intorno al ferro, su una tavolozza di tinte pastello nella quale Giorgio Morandi avrebbe volentieri intinto il suo pennello.

Ad un tratto mi giro e il gabbiano non c’è più. Non un solo verso, non un battito d’ali. Non se n’è andato, semplicemente non c’è più. Guardo in alto la cima del campanile e non riesco a fissare lo sguardo, adesso ogni cosa mi sfugge, qualcosa che non sono io sta prendendo il sopravvento. Esco in una prolungata soggettiva di spalle. Non so perché ma una volta fuori mi aspetto che la porta si chiuda davanti a me. Invece da dietro sento solo i passi di qualcuno che arriva dal fondo della calle.

Alessandro Tomasutti

Note a bordo campo

Struttura: tabellone in plexiglass trasparente; struttura a traliccio a muro, con assi portanti ad arco.

Fondo: masegni veneziani.

Accesso: libero, se la porta rimane aperta.

Indirizzo: San Francesco della Vigna, Castello, Venezia.

(foto di Alessandro Tomasutti)

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