L’arcobaleno di Navarro e la poesia delle cose: la necessità di “Canestri a colori”

canestri colori

 

In principio era l’arcobaleno. Nel senso del tiro sul secondo passo, dall’inconfondibile parabola arcuata, rilasciato con quell’attimo di anticipo per mandare fuori tempo il difensore. Probabilmente una delle conclusioni più antiche della pallacanestro, che negli anni Novanta aveva ritrovato lustro in Italia grazie a Mike Iuzzolino. Iride e basket non possono ignorarsi per questo e altri motivi.

L’avvento della televisione a colori, innanzitutto, che corrispose all’impennata tecnica e fisica della pallacanestro a cavallo tra anni Settanta ed Ottanta. In quegli anni il gioco cambiò per sempre e cambiò anche il modo di percepirlo, attraverso i colori delle maglie, dei canestri, del pubblico, dei palasport, delle coreografie, delle pubblicità.

I colori fanno da sempre parte del linguaggio cestistico. Ad esempio, ad uno schema viene spesso associato il nome di un colore. I colori, infine, sono quelli della propria squadra del cuore, almeno in Europa. Quelli che non potrai mai strapparti dalla pelle, gli unici capaci di farti emozionare quando quando si vince, ma anche dopo la peggiore delle sconfitte; quando si alza la palla a due, ma anche quando il campo rimane per sempre desolatamente vuoto.

Sebbene il carattere di Canestri di strada rimanga irrimediabilmente soul, uno squarcio cromatico è apparso sempre più necessario con il passare del tempo. Per questo c’è una nuova sezione, Canestri a colori. Per non perdere il blu introvabile dei tabelloni della costa istriana; per non rinunciare al verde del salmastro che corrode le strutture nella laguna veneziana; per non dimenticare l’arancio dominante dentro e attorno al campo nell’autunno berlinese. La poesia degli oggetti può essere anche a colori.

Così come è poesia il tiro “arcobaleno”, un gesto colorato, non a caso ormai quasi naif, che ai nostri giorni ha trovato un interprete sublime e fuori dal tempo come Juan Carlos Navarro.

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