La diplomazia dei canestri che riavvicina Usa e Cuba

Antilla

 

In apparenza è solo un canestro malandato in riva al mare. Sembra soltanto un campetto dimenticato dalle parti della ferrovia, ricostruito con buona volontà e una certa dose di ingegno per via di quella curiosa protesi per il minibasket agganciata sul simulacro di un tabellone che non c’è più.

In apparenza è tutto questo. Osservandolo meglio potrebbe invece essere uno degli strumenti più efficaci a disposizione della diplomazia americana nel processo di riavvicinamento tra gli Stati Uniti e Cuba, iniziato dopo la storica detente declaration, la dichiarazione di distensione recitata all’unisono da Barak Obama e Raul Castro il 17 dicembre dell’anno scorso.

Come era facile da prevedere sono bastati pochi mesi da quella inattesa svolta per vedere sbarcare a Cuba il basket americano, veicolato dal suo marchio per eccellenza la Nba. Lo scorso 23 aprile si è tenuto infatti il primo camp con la sagoma di Jerry West sul suolo cubano, una specie di avamposto di quella che si preannuncia come una inevitabile invasione sportiva.

Sebbene sia il baseball lo sport più amato nell’isola e il movimento cestistico cubano viva il momento più basso della sua storia, se ci sarà uno sport che contribuirà a cambiare le relazioni tra questi due Paesi, quello sarà il basket, grazie soprattutto all’enorme potenziale commerciale che la lega professionistica americana è capace di mobilitare.

Una delle ragioni sta nella strategia della globalizzazione intrapresa da almeno un ventennio dalla Nba. Non a caso gli atleti scelti come ambasciatori per questo storico camp tenutosi all’Havana sono stati Steve Nash, nazionalità canadese ma nato in Sudafrica da genitori britannici, Dikembe Mutombo, congolese da poco entrato nella Hall of Fame di Springfield e Ticha Penicheiro, giocatrice portoghese che ha girato il mondo con un pallone da basket in valigia.

La voglia di basket non sembra mancare a Cuba. Migliaia di giovani occupano già campetti di strada e spazi abbandonati per sfidarsi con canestri improvvisati, montati su colonne o addirittura su gli alberi. Nel piano di questi quattro giorni di camp era previsto anche di rimettere a nuovo tre campi da basket.

Ci piace pensare, però, che canestri improbabili come quello nella foto non spariscano mai del tutto. Quello che rende speciale il basket, quello di strada come quello delle grandi arene, in fondo è l’imprevedibilità.

Alessandro Tomasutti

Note a bordo campo

Struttura: monopalo, con angolo di 60 gradi. Tabellone da minibasket fissato ad una struttura di tubi.

Fondo: cemento su piattaforma rialzata.

Accesso: libero.

Indirizzo: Antilla, provincia di Holguìn, Cuba

(foto di Laura di Mola)

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