Il canestro nella terra di nessuno dove i confini si dissolvono

Dragonja

I confini dipendono da che lato li guardi. Prendete ad esempio quello tra Slovenia e Croazia. Quando si transita tra le due repubbliche della ex-Jugoslavia, Schengen non vale ancora (alla libera circolazione delle persone la Croazia dovrebbe aderire nel 2016). Eppure le due facce della stessa medaglia non potrebbero essere più diverse.

Al transito di Kastel, la Croazia ha rapidamente sgomberato tutto. Non c’è stato nemmeno il tempo di festeggiare l’entrata formale nell’Unione europea, che nell’estate del 2014 la dogana sembrava già un check-point fantasma. Non un solo segno di smantellamento mancava: insegne penzolanti, finestre sbarrate, indicazioni obsolete, manifesti strappati. Le uniche sentinelle rimaste a presidiare il confine durato ventitré anni, erano le ragazze dell’agenzia del turismo, armate solo di volantini promozionali.

Sul versante Sloveno, un paio di curve dopo e pochi metri più in basso, sopravvive ancora un simulacro di dogana. È pur sempre uno dei “lati aperti” del territorio europeo e non può non essere presidiato. A questo ci pensano le doganiere e i doganieri sloveni dagli sguardi vitrei, impassibili, anche quando parlano fitto tra loro, mentre ti avvicini con le marce in folle. Mai un’espressione di accondiscendenza verso il diligente automobilista che porge in ostensione le carte di identità come fossero un poker d’assi, perfettamente sovrapposte, in modo da non coprire la foto identificativa. Niente, nemmeno così si riesce ad estorcere un cenno di approvazione.

Curiosamente, questo stanco rito, destinato tra pochi mesi ad estinguersi, deve essere inscenato anche per rimanere in territorio sloveno. Per visitare la parte più meridionale e selvaggia delle saline di Sicciole, infatti, bisogna passare la dogana di Dragonja e infilarsi nel corridoio immaginario tra i due paesi. Quel brevissimo spazio vitale meglio noto come “terra di nessuno”. Questa volta il doganiere sloveno è un perfetto sosia di Max Pezzali. Dietro lo sguardo non si intuisce assolutamente nulla. Non un cenno, nemmeno un impercettibile moto di fastidio per i soliti turisti italiani che sorridono senza motivo.

Prima ancora di salire l’unico tornante, si gira a destra in una strada bianca. Per arrivare al mare si percorre, a piedi o in bicicletta, un lungo nastro di terra che non gira mai, dove il fiume diventa laguna, la laguna diventa mare e la terra è incerta in quale parte del cielo riflettersi. Sulla destra scorre un paesaggio in continuo mutamento. Desertico, dove il terreno è frantumato in una ragnatela di zolle aride. Impressionistico, dove il colore della lavanda trasforma tutto in un paesaggio provenzale. Post-atomico, dove il vento trapassa gli edifici dismessi della salina abbandonata.

A sinistra invece si vedono solo l’argine e la terra che si impenna verde oltre il canale che si consegna al mare. Ad un tratto scatta un pensiero, automatico, insensato. Deve esserci un canestro da quella parte, al di là dell’argine. Non può non esserci. Ma perché poi? Perché dovrebbe esserci? E perché farsi questa domanda? La bicicletta è già per terra e la ruota posteriore gira a vuoto abbandonata. L’erba dell’argine fa da naturale tapiroulant alla curiosità. Eppure una volta in cima si scorge un’abitazione al di là del canale. Un grazioso giardino, un’altalena, una baracca per gli attrezzi. E in fondo, a ridosso della vegetazione, soffocato dalle foglie, un canestro. Se ne sta sospeso, come da definizione.

Ma sospeso tra chi? Sarà ancora Slovenia o è già Croazia? Oppure è territorio neutrale? E quanto vale il canestro? Dipende da quale lato si tira? È sempre Europa, oppure questo come altri confini sono destinati a dissolversi molto prima di quanto noi pensiamo, nella stessa materia con la quale sono stati creati?

Alessandro Tomasutti

Note a bordo campo

Struttura: canestro monopalo da giardino, con tabellone in plastica.

Fondo: non rilevato.

Accesso: proprietà privata.

Indirizzo: Dragonja, Slovenia/Croazia

foto di Alessandro Tomasutti

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