Canestri a mezz’asta per l’addio a Darryl Dawkins

aleardi

 

Oggi è tornato a fare caldo. Il patronato è ancora chiuso. Poca gente in giro e in un attimo sarà settembre. E allora ci sarà tempo per gli ultimi tiri e le ultime corse, prima di preparare lo zaino e rimettere insieme i libri di scuola.

Ora che ci hanno confinato agli angoli del campo per fare spazio alle porte da calcetto, siamo più vicini alla strada e sentiamo i discorsi della gente. Anche perché non abbiamo più nulla da fare. Poco fa, è passato un tipo di mezza età, pancetta e capelli radi, che parlava al telefono di un qualche giocatore americano scomparso improvvisamente. Ho avuto un fremito e un presentimento.

No, Darryl Dawkins no.

Lo so che può sembrare strano che un umile canestro, in Italia, nel campo di un patronato dove non si gioca più nemmeno a basket, possa avere di questi pensieri e addirittura la pretesa di sentirsi addolorato. Quella volta, però, con noi era stato un vero signore.

Nonostante la sua fama già planetaria di devastatore di tabelloni, ci trattò con grande rispetto. Noi poveri canestri italiani di strada, lontani un oceano e mezzo dai riflettori del grande basket e dai leggendari playground delle metropoli americane, di fronte ad una chiesa che sembra un trampolino da combinata nordica. No, non si poteva. Probabilmente si mosse a compassione e ci risparmiò.

Fu un pomeriggio memorabile. Arrivò con un nugolo di ragazzini in sovraeccitazione, raccolti nel breve tratto di strada che separa il campo di via Aleardi dall’albergo Ambasciatori. Gli altri arrivarono poco dopo, un tam-tam fulmineo attraversò mezza Mestre, senza bisogno di wazzapp e altre diavolerie simili.

Voleva solo sgranchirsi un po’, nel mezzo della tournée con i suoi New Jersey Nets. Quello che accadde dopo fu consegnato direttamente alla mitologia del basket di strada. Inscenò un leggendario one-man-show, tra urla di approvazione e un frenetico gesticolare di apprezzamento, con la gente affacciata alle finestre per capire quale miracolo si stesse perdendo. I ragazzini lo guardavano come si guarderebbe E.T. in coda al supermercato. E del resto, era stato lui stesso qualche tempo prima a indire una conferenza stampa per dichiarare al mondo che lui non era umano, ma proveniva dal pianeta Lovetron e la sua missione era di fare felici quante più donne possibili sul pianeta terra (cosa peraltro riuscitagli ampiamente e prove alla mano).

Fu un giorno memorabile. Anzi, per noi fu “il giorno”. Da quel momento diventammo “i canestri dove aveva schiacciato Darryl Dawkins”. Nessuno se n’è mai accorto, perché nessuno si è mai preso la briga di misurarci, ma quella volta, dall’orgoglio, crescemmo di cinque centimetri. Col tempo la storia è andata svanendo, i ricordi delle persone si sono offuscati, fino a restare patrimonio soltanto di chi quel giorno c’era. Qualche tempo dopo Dawkins passò ancora da queste parti, ma per giocare partite ufficiali.

Come quella volta all’Arsenale contro la Reyer, retrocessa da poco in A2. Rispetto all’ultima volta era – se possibile – raddoppiato, non in larghezza ma in profondità. La canotta giallo e blu dell’Auxilium Torino lo conteneva a stento. Il povero Rascio Radovanovic dovette dar fondo a tutto il suo mestiere per provare ad arginarlo, con risultati invero molto limitati. L’ormai enorme mole lo legittimava ogni tanto a risparmiarsi un ritorno difensivo. I compagni lo sapevano, si chiudevano in quattro attorno all’area nel tentativo di recuperare il pallone. Ci fossero riusciti, sarebbero stati due punti automatici. Passaggio lungo, ricezione solitaria dall’altra parte, schiacciata, due punti. E avanti così.

Nel secondo tempo, come da copione, Dawkins si piazza in area, spalle a canestro, e lascia che i suoi compagni tornino in difesa. La Reyer perde il possesso, la palla finisce nelle mani di seta di Carlo Della Valle che lascia partire una fiondata a due mani dal petto verso la parte opposta del campo. Nel frattempo, seduto come al solito sulla base del canestro, uno dei custodi dell’Arsenale – dicono si chiamasse Lino – ironizza con i ragazzi della curva sulla pigrizia del buon Dawkins. Una distrazione potenzialmente fatale. In quell’attimo Tuono di Cioccolata, ricevuta palla, si gira indisturbato, carica sulle gambe tutta la potenza di cui dispone, porta la palla a due mani dietro alla testa e decolla verso il ferro.

Quello che succede dopo ha a che fare più con la sismografia che con la pallacanestro. Lo sconquasso causato dalla schiacchiata è tale che l’intera struttura si flette in modo del tutto innaturale, fino a sollevare – scena mai nemmeno immaginata – la base della struttura. Senza accorgersene Lino comincia a scivolare pericolosamente lungo il piano reso inclinato dall’imprevedibile fenomeno fisico. Dalle tribune centinaia di braccia si agitano per segnalare il pericolo al malcapitato la cui espressione, nel momento di realizzare cosa stava accadendo, passa direttamente dall’euforia al terrore senza stati d’animo intermedi. Lino fa appena in tempo a saltare giù, che tutto il canestro ripiomba a terra con un tonfo che zittisce l’intero palazzetto. Sulle tribune la gente è indecisa se applaudire per omaggiare lo spettacolo o per esorcizzare la paura. Ancora un paio di schiacciate così e forse, nella non lontana piazza San Marco, qualche cornicione sarebbe volato giù.

Tre anni dopo, o giù di lì, Dawkins ritorna a Mestre questa volta con la maglia di Forlì. La Reyer da un paio d’anni si è trasferita in terraferma e gioca al Taliercio. È una partita di playout, piuttosto combattuta. La Reyer di De Sisti si gioca la permanenza in A1, trascinata dalle follie di Shelton Jones. Siamo nel secondo tempo, un fallo della difesa romagnola manda in lunetta un giocatore veneziano. Dawkins si posiziona diligentemente a rimbalzo, sulla tacca bassa dell’area. Dalle tribune gli piomba addosso il solito contributo di becerume gratuito. Baby Gorilla se ne accorge, si gira e, invece di rispondere agli insulti, sfodera un sorriso che sembra fare il giro del mondo. Poi si porta una mano all’orecchio e mima un gesto non fraintendibile, sottolineandolo con un vezzoso movimento circolare dell’enorme fondoschiena. Il pubblico rimane spiazzato. Dopo un attimo di smarrimento, tutta la tribuna, ostile solo un istante prima, gli tributa un’autentica ovazione. La gente vorrebbe scendere per abbracciarlo. Lui sorride. Con quella divisa interamente verde, sembra un enorme quercia sotto la quale un popolo intero potrebbe trovare rifugio.

Continua a fare caldo qui a Mestre. Il patronato è sempre chiuso, ma per me non cambia molto. So già di essere destinato soltanto a fare da sponda per qualche anonima partita di calcetto. Sono passati due giorni da quella telefonata intercettata all’angolo della strada. Adesso tutti sanno che Darryl Dawkins non c’è più. Vorrei calarmi a mezz’asta, ma non ne ho le forze. E ho come l’impressione che con la sua, anche la mia storia sia finita qui.

Alessandro Tomasutti

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