La luce abbaglia, mettiti alla prova: sei a San Francisco

san francisco

 

E’ proprio vero, San Francisco abbaglia. La luce piatta di un tramonto di giugno invade il campetto a pochi passi da Fort Mason. Il rettangolo di cemento si trova ai margini di un pratone consacrato al baseball. In America va così, più o meno ovunque. Dall’altra parte della Baia Steph Curry segna anche dagli spogliatoi, è vero, ma vicino a Embarcadero giocano i Giants e qui in giro non ce n’è uno senza qualcosa di arancione e nero. Che bello, però. Il Golden Bridge sullo sfondo, il tepore delle sette di sera, questa straordinaria luce. C’è un tre contro tre in corso. I ragazzi sembrano bravi, ma niente di trascendentale. Potrei giocare anch’io, forse. Sono passati tanti anni, ma un po’ dell’ignoranza sottocanestro dei tempi del Csi la conservo ancora.

San Francisco abbaglia. Ti sbatte in faccia la sua bellezza, ti blandisce, ti accarezza, vuole che tu ti metta alla prova. Sei a San Francisco, puoi fare quello che vuoi, essere chi vuoi, anche chi non avresti mai pensato di essere. Al Ball Park c’è sempre qualcuno che sente il tuo accento italiano e vuole conoscerti, raccontarti del nonno che partì da Parma, o da Saronno, e finisce con l’introdurti ai segreti del baseball. A San Francisco il tuo anglo-veneto diventa un fluente inglese corretto grappa, che fa sorridere le signore e ti procura qualche pacca sulla spalla alla fermata del filobus. A San Francisco parli con tutti, vedi i ragazzi che suonano a Dolores Park e ti viene voglia di farlo, entri in una panetteria e pensi già al giorno in cui porterai la pinza, i tramezzini e lo spritz col bitter sulla West Coast. A San Francisco la birra è buonissima e le donne sono tutte belle. Qualcuna si fa anche accompagnare a casa per mano, certe sere.

Il tre contro tre prosegue, i ragazzi in campo non mi notano nemmeno. Che faccio, mi autoinvito? Lo capiranno, il mio anglo-veneto? Magari non serve, magari sotto canestro si parla una lingua universale. Magari faccio passi, mi invento di tirare da tre e non prendo nemmeno il ferro. Questi il basket l’hanno inventato, che figura ci farei? Magari vengo domani, con una maglietta e un paio di pantaloncini al posto di questi jeans. Magari torno un’altra volta.

Come abbaglia questo sole, maledizione.

Simone Battaggia

 

Note a bordo campo

Struttura: tabellone in plastica; sostegno in ferro, rete divisoria come in un vero playground Usa
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Fondo: cemento
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Accesso: libero.


Indirizzo: Moscone Sport Center, San Francisco

 

 

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