Stasera in via Piave si mangia indiano

piave

Ogni volta mi allunga il volantino dei piatti e ogni volta mi dice che posso tenerlo. Ci vado spesso, ma non così di frequente. Ci vado quando vogliamo mangiare indiano. Se avessi conservato tutte le copie che mi mette regolarmente in mano, a casa avrei riempito un intero armadio solo di quelli.

In verità non so nemmeno come si chiama, eppure frequento il suo locale da tempo immemore. Perlomeno da quella sera di maggio del 2005, che ricordo sempre con piacere, della finale di Champions League tra Milan e Liverpool.

Allora il locale era grande come un garage e l’arredamento si poteva definire solo poco più che scarno. In fondo, un bancone con qualche piatto già pronto e le foto di altre portate. Di lato, un frigorifero per le birre. Poco altro.

Quella sera di Milan-Liverpool trovai cinquanta euro per terra, proprio davanti all’ingresso. Lo interpretai come un presagio foriero di soddisfazioni. Per questo, una volta dentro, svuotai interamente il frigo comprando tutte le birre disponibili e offrii la cena ai “fioi” (ovviamente ignari del mio ritrovamento), che consumammo al “covo”, davanti ad una tv scassatissima, sul letto sfondato della camera. La partita terminò con un’interminabile fila di bottiglie vuote che raggiunse quasi la porta d’ingresso e l’incredibile vittoria del Liverpool. Dulcis in fundo, l’inquadratura del Nano ammutolito e sprofondato in un soprabito ridicolmente grande. L’ho detto, era stata una bella serata.

Quando ci vado, normalmente è l’occasione per farmi aggiornare sulla situazione del quartiere. Nel suo italiano irreprensibile lui comincia ad elencarmi gli inseguimenti e le risse più recenti di cui è stato testimone. I protagonisti sono più o meno sempre i soliti, magrebini, tra i venti e trent’anni e la polizia. È sorprendente quanto possano essere inclini alla xenofobia gli stranieri tra di loro. Ragionano per gruppi e generalizzazioni (spesso a ragione), proprio come gli autoctoni. Il più delle volte è un riflesso condizionato dovuto al legittimo desiderio di smarcarsi da colpe non loro.

Ogni volta che succede qualcosa in zona per lui il danno è doppio: il primo come esercente, che non ama di certo il caos attorno alla propria attività; il secondo come cittadino di origini straniere, che deve sopportare la diffidenza altrui ogni volta che esce per strada. Che poi in giro non ci va quasi mai, essendo dietro al bancone sette giorni su sette, undici mesi all’anno (l’ultimo mese torna a casa in India).

Una volta mi decisi a chiedergli quando fosse arrivato in Italia. “Nel 1978 mi rispose”. Feci la faccia più ebete mai riuscita. Pensai che viveva in Italia quasi da più tempo di me. Mi chiesi se non fosse lui a dovermi considerare un estraneo, dato che in quel quartiere ci vivo da molto meno tempo di lui. Dire che qui è ormai è di casa è un eufemismo. Non di rado – sarà l’aria – quando ficco il naso nel sacchetto chissà come mai non trovo lo scontrino.

Alessandro Tomasutti

Note a bordo campo

Struttura: a traliccio verticale.

Fondo: cemento in buono stato.

Accesso: negli orari del patronato.

Indirizzo: via Piave, Mestre.

 

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