Quando Venezia era la città dei canestri

san giobbe

Poche città al mondo hanno avuto una devozione per la pallacanestro come Venezia. Si potrebbero ricercare a lungo ragioni di tipo urbanistico, storico, sociale. La verità è che in pochissimi altri luoghi c’è mai stata una densità cestistica come a Venezia tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta. Nel solo sestiere di Cannaregio, per ogni fermata della “circolare” (il motoscafo del servizio pubblico che faceva il giro attorno alla città), da piazzale Roma, direzione Murano, si contava una squadra di basket.

Partendo dalla Stazione di Santa Lucia e percorrendo il Canal Grande, si imbocca il canale di Cannaregio e – superato il ponte delle Guglie – si arriva a San Giobbe. Una parrocchia un tempo fierissima dei propri ragazzi, che battagliavano nei tornei giovanili con la stessa Reyer. Alla fermata successiva, Sant’Alvise, si trova l’omonima Alvisiana, una delle poche società ancora attive nel centro storico. Nemmeno il tempo di rientrare in cabina, che il motoscafo si ferma alla Madonna dell’Orto, casa della Laetitia, per decenni uno dei serbatoi giovanili della Reyer.

Pochi istanti dopo si è già alle Fondamente Nuove, dove la Dien’ai giocava nella mitologica “Cheba”, uno dei campi più temuti di tutta Venezia. Una decina di minuti ancora e si approda a Murano, da sempre teatro di sfide accesissime con le altre squadre del centro storico e fucina di talenti, tra i quali il grande Franco Ferro, simbolo della Reyer degli anni Sessanta.

Pochi ricordano che fino agli anni Cinquanta, nel periodo di giugno, a Cannaregio si disputava il torneo annuale “Di qua e di là dall’acqua”, detto anche “Sagra della pallacanestro”. Un evento che coinvolgeva tutta la città e che proponeva sfide di livello altissimo. Basti pensare che nel 1946, le due squadre si dividevano da una parte Sergio e Bepi Stefanini e dall’altra i fratelli De Nardus. In pratica, un terzo della nazionale italiana, che pochi giorni prima a Ginevra aveva colto la medaglia d’argento nei primi campionati europei del dopoguerra.

Un miracolo sportivo che a partire dalla fine degli anni Ottanta è inesorabilmente svanito, a causa dello spopolamento della città e della diaspora verso la terraferma dei suoi abitanti. Una storia, che ora, può essere soltanto raccontata.

Alessandro Tomasutti

Nella foto, il campo della chiesa di San Giobbe.

2 comments

  1. Grazie Alessandro, e per ribadire l’ampiezza e la capillarità delle società sportive di pallacanestro di quel periodo, ricordo in zona Fondamente Nuove la presenza, per alcuni anni, anche della “Julia” , piccola squadra di San Canciano, voluta dall’allora parroco con l’appoggio di alcuni giovani volonterosi che non finirò mai di ringraziare per i meravigliosi e felici anni di sano sport che mi hanno fatto trascorrere.

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