Canestro di Studio

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Sul foglio compaiono alcuni appunti, sparsi. Molte cancellature, ritorni: glosse di un testo mancante. Riquadri. La penna ha una punta nera, densa. È scivolata via in fretta. Corsiva su un piano inclinato, sospesa. Ha diviso an e quantum: merito ed entità della pretesa. Schema di un atto avversario, plastico. La contraerea di un avvocato.

Le parole hanno ignorato la luce, il rumore. Sindacando in modo sfacciato. E rinviandosi in frecce, colpendo al cuore. Ogni cifra è frutto di un calcolo. Quel che resta è lo scheletro. Ciò che sarà dimenticato. Sostituito dal discorso, dalla concione. E poi dal timbro del depositato. Ma qui rimarrà sempre il gesto. Il primo impatto.

Lo sguardo scorre rapido, anche a lato. Copre ogni possibile direzione. Non c’è un solo lembo, un solo angolo, che non sia rigidamente contestato. Ora spuntano segni, ombre. Guizzi che sbarrano. Il tempo si sta esaurendo, accartocciando. Ora tutte le parole sono in una mano.

E basta un getto distratto, un file salvato, per infilare una palla di carta là, sotto il ripiano. Segnando un canestro falso, agganciato, col pubblico che esulta al tocco, pre-registrato. Ma serve a chiudere il conto, passare ad altro. Mentre il cesto si riempie, soddisfatto.

Francesco Sarti

 

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