PlayGroundZero

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Non c’è nessun canestro a Ground Zero. Nessuno a parte quello della mia immaginazione, mentre guardo dal 102esimo piano del nuovo One World Trade Center la piscina che una volta era una torre. Sarà per via della sagoma, del foro al centro, del buio. O per le miriadi di rivoli d’acqua che ci scivolano dentro, tutti i giorni, senza mai fermarsi.

I morti sono una ferita aperta. Nomi messi in fila, ordinati, ai bordi del canestro, anzi della piscina. Qualcuno con un fiore infilzato, un ricordo fresco di chi è venuto al cimitero. Perché di questo si tratta: di un cimitero. Appena circondato da alberi minuti, una coltre di foglie che isola, miracolosamente, il Memoriale dal caos di Manhattan.

Ogni sensazione, per la verità, riesce attutita. La realtà dei grattacieli, sbucati tutt’intorno a celebrare la rinascita, i ruggiti del cantiere, in procinto di macinare meraviglie fino a quando il complesso del WTC non sarà ricostruito, perfino la presenza dei turisti, così insolitamente disciplinati. C’è un albero più ruvido degli altri, nel parco. Si chiama “Survivor Tree”. Restò in piedi, da solo, quando le torri furono spazzate via. Ora ha un altro senso: forse il tempo, forse la vita.

La gente si accumula, al rallentatore. Ipnotizzata dall’acqua che scorre, confluendo nello stesso punto invisibile che quindici anni fa inghiottì, in un’unica nube, migliaia di persone.Tutto è caduta, e destino. I pensieri funzionano a fatica: quant’era ampia la base, quanto ci mette un corpo a volare, ma chi era qui, allora, che cosa. La vertigine dello Zero.

Per capire, val la pena mettersi in coda, pazientemente. Leggendo sui cartelli che l’erba non si può calpestare. Che di notte non ci si può avvicinare. Aspettare. E poi entrare, nel museo dedicato al Giorno.

In un attimo, tutto ciò che è idea fuori diventa storia dentro. Si scende accanto ai tridenti anneriti, col monito – “save” – sul dorso, per preservarli alla memoria. Si contempla, cinerea, una massiccia porzione delle fondamenta. Ci si imbatte nelle “Survivors’ stairs”: pochi scalini rimasti intatti da cui molte vite passarono, mettendosi in salvo fra i detriti. Li si guarda, pensando a chi li ha guardati, e quando.

Nella sala principale affiorano, brutali, i resti. Un camion dei pompieri semidistrutto. Un moncone dell’antenna della Torre Nord. Un cristallo di una finestra. Ovunque è penombra e contorsione. Al centro, vergata da scritte, troneggia la “Last Column”, l’ultima colonna a lasciare il Ground. Reca un numero in vernice. Sono i morti, non aggiornati.

Una sezione apposita scandisce gli eventi. Su un foglio dattiloscritto, l’agenda del sindaco Giuliani ha gli impegni annullati per l’emergenza. Nelle pagine dei quotidiani, ignare, si dà un certo risalto al baseball. Un fotografo, la mattina, ha ripreso un battello sull’Hudson e un aereo che punta su Downtown. Poi l’inizio degli attacchi, le notizie frammentarie, gli ultimi messaggi delle vittime ai familiari. Dopo il primo schianto, un uomo rassicura la madre: non c’è di che preoccuparsi, mi trovo nell’altra torre. Poco lontano, grandi, le foto di chi si getta nel vuoto.

Di tanto in tanto, alcune teche espongono effetti personali. Una bandana rossa, una targhetta, una pallina da golf. Storie di eroismi e fatalità. Nelle didascalie, chi è senza lieto fine ha una fogliolina accanto al nome, come quelle degli alberi fuori.

In una stanza, adibita a memoriale, le pareti sono rivestite dalle foto dei caduti. Un piccolo cinema ne rievoca le vite, attraverso le parole dei familiari. Ma non c’è solo racconto, se dietro un gigantesco pannello azzurro, ogni piastrella un tono diverso (perché diversa per ognuno era l’impressione del cielo, l’11 settembre), giacciono ancora, frammisti, resti umani senza un nome. Al suo posto, stampata a grandi lettere, una frase di Virgilio: “no day shall erase you from the memory of time”. Nessun giorno vi cancellerà dalla memoria del tempo.

Se fuori c’è un canestro, questo è il tabellone.

Francesco Sarti

foto di Alvise Varagnolo

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