Cita: un nome, un luogo, uno stato mentale

cita

La madre è di spalle, rivolta verso il banco, oltre la linea di cortesia. Il figlio è a un passo di lato, spalle alle madre, attirato da un espositore di profilattici. La farmacista non guarda nessuno dei due e lo sguardo punta dritto al vuoto davanti a sé. Dà l’idea di ascoltare, come chi ascolta per l’ennesima volta un discorso che conosce già a memoria. La madre nel frattempo parla, sembra avere moltissime cose da dire, poi però si interrompe all’improvviso.

È vestita come se stesse per andare ad un happy hour in barena. Spietata, prima di tutto con se stessa. Jeans troppo stretti, tacchi troppo alti, occhiali troppo grandi. In altri termini, è la perfetta riproduzione dell’italiana cesellata pixel per pixel da un decennio di mariadefilippi. Il figlio, strafatto di merendine, è in evidente sovrappeso e ha un’aria vagamente trasognata, come quella di chi è stato strappato a forza da un’overdose di Playstation.

«Ti vedi Maicol: mi so’ moldava e ti ti xe rapper».

La madre scuote tutta la bigiotteria di cui è capace, inforca la borsetta similpelle e abbassa le enormi lenti a specchio in cui si riflette in forma parabolica l’intera farmacia. Il figlio fa un mezzo giro su se stesso, non replica, ma è come se capisse che è il momento di uscire. A tacco spedito, la madre lo trascina fuori, mentre dietro di loro la farmacista, nella medesima posizione di prima e con lo stesso sguardo nel vuoto, si rivolge al nuovo cliente: «Prego-mi-dica».

«Ti vedi Maicol: mi so’ moldava e ti, ti xe rapper».

Chi conosce un minimo Marghera e ha una vaga idea del quartiere Cita in particolare, sa che questa frase non può essere compresa nel suo senso letterale. Va lasciata libera di fluttuare nello spazio, senza la pretesa di afferrarne il significato, perché il suo significato si regge solo in relazione al contesto, alla borsa, al cappello da baseball, allo sguardo della farmacista, ai palazzi dei dintorni.

Perché, appunto, siamo pur sempre alla Cita. Dove un giorno qualcuno, stufo del solito gatto, nel terrazzo sistemò un puma. Vero. E lo portava pure giù al parco, a fare i suoi sacrosanti bisogni.

Alla Cita. Dove per anni un appassionato di discariche, cultore delle demolizioni e dei ferri vecchi, accatastò nel suo garage un autentico museo della ruggine fatto di tonnellate di ferraglia del tutto inutili.

Alla Cita. Dove alla ragazza di un mio amico – così gli confidò – pareva di essere, come ogni giorno, come sempre, nonostante si trovasse davanti alla distesa dell’Oceano Indiano, sotto un palmizio delle Maldive, con le dita ancora impiastricciate di Pina Colada.

Perché la Cita non è solo un luogo. È uno stato mentale.

Alessandro Tomasutti

(Gran finale: Francesco Sarti)

Note a bordo campo

Struttura: monopalo in ferro ad arco.

Fondo: cemento.

Accesso: libero.

Indirizzo: via Paolucci, Marghera – Venezia

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