New York post – (4) That’s Rucker Park, fella!

Rucker Park

di Francesco Sarti

“That’s Rucker Park, fella!”

Siamo appena sbucati dalla metro. Un’ora tutta d’un fiato da Downtown Manhattan fino al capolinea di Harlem, incrocio tra la 155esima strada e l’ottava Avenue. Il deserto.

Il tragitto è stato uno stillicidio di passeggeri. L’inflazione di razze e colori si è progressivamente sciolta nel nero dei fratelli. Sempre meno, sempre più assonnati. Lo speaker, verso la fine, non scandiva più le fermate. Le rappava.

Non c’entriamo un cazzo. Due bianchi con zaino, il cui ultimo libro letto è stata la Lonely Planet, più qualche recensione sparsa, on line. È sicuro. Non venite. Dipende dall’ora del giorno.

Siamo qui, randagi sullo stradone, per via di Earl Manigault. Più noto come The Goat. Greatest. Of. All. Time. Secondo Kareem Abdul Jabbar, il più grande giocatore di basket della storia. Nato e morto, sportivamente parlando, da queste parti. Celebre, fra l’altro, perché saltava fino a rubare una moneta in cima al tabellone. E inventò la doppia schiacciata, valida solo se te ne infischi della gravità. Mai calcata l’NBA. Ci si è messa la droga. Adottato dal Reverendo Holcombe, cui è dedicato il campo. Un benefattore. Un creatore di leggende.

Rucker Park è una specie di santuario. Il culto dell’orgoglio nero. Anche se il basket l’ha inventato un bianco, le sue radici sono qui.

Sembra appena rimesso a nuovo. C’è un bel tabellone elettronico: scuri contro chiari. La sera, davanti a un popolo di fratelli, vanno in onda sfide alla morte di gente sconosciuta al secolo, ma ben nota al luogo.

A volte s’infila anche qualche star, e rende omaggio. Michael Jordan, Kobe Bryant, Kevin Durant. Vengono e giocano sul serio, in un tripudio di riconoscenza.

That’s Rucker Park, fella. Sì, è proprio questo il campo, ragazzi, dice l’autoctono un po’ malandato che ci passa accanto, perché in effetti non c’è altro, a parte un palazzone austero e la polvere. È una bella giornata di sole.

Ora mi avvicino e provo un tiro. Mi faccio prestare il pallone da quei bambini neri impegnati in un uno contro uno. Anzi no. Li lascio stare. Mi accontento di qualche scatto alle tribune, alla memoria, ai nomi. Come ogni turista che si rispetti.

È già tempo di tornare. Viene il dubbio, prima di scendere di nuovo nella metro, se fare un giro nei paraggi. Da qualche parte, a mezz’ora di strada, Keith Haring deve aver lasciato un murales. Ci guardiamo attorno, perplessi.

Non c’entriamo un cazzo.

Note a bordo campo

Struttura: a traliccio

Fondo: cemento

Accesso: pubblico

Indirizzo: New York, Harlem, Rucker Park

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