Insieme ai campioni del ’43, nella notte dello scudetto

reyer scudetto

È una fresca sera d’estate, una di quelle sere in cui possono farci visita i fantasmi buoni della nostra immaginazione. Dalla porta (perché sono fantasmi educati dopo tutto) entrano uno ad uno i ragazzi del ’43, gli ultimi a portare contemporaneamente sul petto lo scudetto tricolore e lo stemma della Reyer.

Mi hanno fatto una sorpresa, avevano sentito del tempo che avevo speso sulle loro tracce, tra archivi impolverati e microfilm sbiaditi, e volevano ricambiare la cortesia. Me li ritrovo qui in soggiorno, attorno al televisore, per seguire la partita che dovrebbe riportare in laguna il tricolore dei canestri dopo settantaquattro anni.

Il più attento è Luciano Montini, forse sente ancora la responsabilità di essere stato il capitano di quella squadra, e segue in silenzio e con concentrazione le prime fasi della partita. Armando Fagarazzi, invece, è già in cucina. Sta svuotando il frigo per saziare la sua proverbiale voracità, che evidentemente non si è placata nemmeno ora che è un fantasma. Quando torna dalla cucina, con le mani e la bocca piene, sbatte con la fronte sullo stipite del soggiorno, mentre i suoi compagni allargano le braccia come a dire di portare pazienza.

Rico Garbosi, l’allenatore in campo di quella Reyer, ha già capito tutto. Quando Trento, a metà del secondo quarto e in vantaggio di dieci punti, non riesce a imbastire un solo attacco decente contro la difesa schierata veneziana, tira fuori un mazzo di carte e cerca con gli occhi qualcuno che abbia voglia di farsi spennare. Per lui la partita è già andata, non può che vincere la Reyer.

Il più distaccato è Sergio Stefanini. La prima vera stella della pallacanestro italiana, acclamato sui campi di mezza Europa, venerato sui rotocalchi come un divo del cinema, non sembra impressionarsi più di tanto. Dall’alto dei suoi sette scudetti, tra Venezia e Milano, si concentra su singoli aspetti tecnici, come i movimenti spalle a canestro di Hogue, che giudica rudimentali. Tuttavia non riesce a nascondere l’ammirazione per le doti atletiche di questi americani, lui che prima di dedicarsi alla pallacanestro aveva collezionato invidiabili personali in diverse specialità dell’atletica leggera. Mi è quasi parso di sentirlo mormorare: «Avessi saltato quanto saltano loro, chissà dove sarei arrivato…».

Il fratello Bepi, invece, è quello che sembra divertirsi di più. Per lui, specialista della difesa, questa partita è puro godimento. Ammira quella attenta e organizzata della Reyer, che chiude ogni varco attorno all’area, ma apprezza anche il disperato pressing a tutto campo di Trento, anche se pure lui concorda con Garbosi sul fatto che la partita è segnata. Alla serata partecipa anche Gigi Marsico, che non si è voluto perdere per niente al mondo questo scudetto, dopo aver dovuto rinunciare ai primi due a causa della guerra. Mentre i suoi compagni conquistavano il tricolore, infatti, lui era imbarcato nel Mediterraneo.

Chi sarebbe voluto essere lì, sul posto, è Carmelo Vidal, l’allenatore granata due volte campione d’Italia. Se c’è un luogo dove avrebbe sognato di vincere uno scudetto, quello è proprio Trento. Il suo amore per la montagna e le Dolomiti è secondo solo a quello per la Reyer. E siamo certi che, in caso di vittoria, avrebbe portato tutti a festeggiare in qualche rifugio dopo una rinfrancante camminata tra boschi e rocce.

Scorrono confuse le immagini della festa. Appena il televisore si spegne, scompaiono tutti. Per alcuni istanti si avvertono solo il silenzio e il soffio del mare che risale la terraferma attraverso l’oscurità della laguna. Dopo qualche minuto, i primi colpi di clacson in lontananza annunciano i colori della festa. È ora di dormire.

Dall’altra parte della strada, all’ultimo piano, una compagnia di studenti cinesi ha scelto proprio questa serata per fare baldoria e tenere sveglia tutta la via. Cantano, bevono e ballano, nel riflesso delle candele appoggiate sui balconi. Non potevano scegliere una serata migliore. Tanto stanotte, qui, si sognerà solo ad occhi aperti.

Alessandro Tomasutti

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