In Istria, viaggio nel canestro del Mediterraneo (10) – Il silenzio dei canestri abbandonati

Gracisce

«Perché, per dir così, i conti si sono cucinati il contadino,

tirandogli via la camicia dal culo nudo,

e, sempre per così dire, quei furfanti

si sono presi per avvocato, davanti a Dio, il demonio

con tutti i nomi con cui viene chiamato, sì

quello che ha piantato l’ultimo chiodo alla giustizia

come fosse il crocifisso.

La giustizia, ragazzi, come direbbero i santi,

è un po’ come l’incenso fra le scoregge del diavolo,

per conoscere la Giustizia i poveracci sono già morti!»*

 

Dalla grata si scorge la tunica del prete, stirata, appesa con cura. Tutto è in ordine, l’inginocchiatoio è vuoto. La luce filtra nel sottoportico e la pietra odora di umido e incenso, mentre gli unici passi che posso sentire sono i miei.

È una splendida giornata, ma a Gračišće non c’è anima viva. L’unica osteria è chiusa. Un gatto dorme dentro un capitello vuoto sopra ad una coperta rossa. Faccio in tempo a passargli a fianco e a girarmi, che è sparito anche lui. 

Il vento fa il suo giro attorno alle mura del cimitero, la terra è stranamente morbida sotto i piedi e l’erba è di un verde più intenso del normale. Le campane suonano mezzogiorno, ma le porte della chiesa sono sbarrate. Scendo di nuovo verso le mura. Lo stesso sole, la stessa ombra di prima, ma più aguzza, taglia in due la piazza. 

Una insegna mi richiama verso una cantina abbandonata al piano terra di un palazzo antico. Forse un tempo è stata un bar. Per terra, da una parte, ci sono delle bottiglie vuote e grigie; dall’altra un biliardo divelto e, quel che resta del panno, penzola su una gamba sbrecciata.

 

Dentro all’uomo è marcita la Croce di Dio,

attraverso le forche, la pestilenza, il fuoco e la rovina delle

                                                case.

Noi non facciamo che gemere, facendo il verso della

                                                   civetta,

cane che abbaia sopra i resti delle case bruciate.*

 

Forse è una trappola. Questo paese fantasma in realtà non nasconde proprio niente. Fa solo mostra della sua stupita bellezza e del suo silenzio. Non resta che uscire dalle mura e decidere da che parte riprendere il viaggio. 

Sul lato opposto campeggia il rudere di un’abitazione rurale, dietro a cui il cielo occhieggia come attraverso due orbite vuote. Pochi metri più in là, sul ciglio della strada, spunta una piccola colonna. Regge una statua che raffigura forse un santo: tra le braccia mutilate tiene stretta una croce spezzata. Poco oltre si apre uno spiazzo. Anche lì, nessuno passa e nessuno si ferma.

Ha tutta l’aria di essere un campo da basket, o di esserlo stato, un tempo. Di canestri però, nemmeno l’ombra. Qualcosa, a guardar bene, però c’è. Appeso ad una grata, poco sopra un muro di cemento che sostiene il terrapieno ai piedi della strada, un tabellone di legno si consuma al sole. Sembra mancare di una parte, l’anello non c’è, potrebbe essere qualsiasi cosa. Un altro abbaglio istriano.

È il momento di tornare sulla strada, facendo il giro attorno al caseggiato che sembra una canonica, o una scuola abbandonata. Ai piedi di una scala, sopra una catasta di legna, si offrono due canestri, come due teste mozzate. Uno dei due è fissato al centro di due assi di legno. 

Mi porto istintivamente la mano alla fronte. Mi segno con la croce. Devo fare in fretta, devo andare il più lontano possibile da questo posto.

Alessandro Tomasutti

In Istria, viaggio nel canestro del Mediterraneo (10) – continua

Note a bordo campo

Struttura: non presente, anello 

Fondo: cemento

Accesso: libero

Indirizzo: D64,  Gračišće, Istria, Croazia

*Da “Le ballate di di Petrica Kerempuh“, Miroslav Krežla

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