Bosnia Erzegovina

A Srebrenica, nell’angolo buio della memoria d’Europa

srebrenica

La targa è fissata in un angolo, in fondo al muro di cinta. E’ una piccola targa. Per osservarla da vicino bisogna salire su uno dei gradoni scrostati di cemento. Sulla parete accanto qualche murales scolorito, appena più sopra una grata di ferro arrugginita.

«In questo luogo il 12 aprile 1993, 74 bosniaci di Srebrenica e della Drina sono stati uccisi e circa 100 feriti da una granata sparata dalle postazioni serbe». Continua a leggere

Viaggio nei Balcani (6) Ballata del tabellone di Sarajevo

Tabellone a Sarajevo

 

Io sono lo scheletro del basket.

Se mi colpite non fate canestro: sentite solo un rumore sordo.

Mi sono cresciute le auto, qui sotto. E i grattacieli, qui dietro.

Guardo tutto il giorno una parete di graffiti. Ho visto chi li scriveva, e chi scappava.

Chi sparava, e chi cadeva.

Ho sentito quel che si dice sulla guerra e so che non è vero.

Io c’ero. Continua a leggere

Viaggio nei Balcani (5) Sarajevo, dove un tiro sbagliato può ridestare il cuore del mondo

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Basta poco, per superare le sbarre e la rete metallica. Non coprono tutto il campo, e il cancello, sul lato sguarnito, è facile da scavalcare. Forse ci giocano – o ci giocavano, viste le condizioni – gli alunni di una scuola. Forse non facevano rumore.

Perché qui dietro si prega. Prima le abluzioni, poi i calzari, infine le ginocchia, il pavimento, e Allah. La moschea è in restauro, ma agibile. E tutti si radunano, coi propri destini, ad abbracciare fedi silenziose, intoccabili. Continua a leggere

Viaggio nei Balcani (3). La collina sopra il viale dei cecchini

Campo da basket a Sarajevo

 

Nel basket un cecchino è un tiratore da tre. A Sarajevo un cecchino è un cecchino. Esiste una strada, si chiama “Zmaja od Bosne”. Collega il centro storico con l’aeroporto. Di suo, è un’arteria di scorrimento come se ne vedono tante: auto, semafori, grattacieli. Ma vent’anni fa era un’altra cosa. Qui è ricordata come “il viale dei cecchini”. Un posto in cui, da qualsiasi parte ti voltassi, ti sparavano. Dalle montagne, dalle pendici degli edifici, dai muri. Ogni giorno. Per quasi quattro anni, tanto durò l’assedio, dal ’92 al ’95.

Avevi un bell’attraversare, anche tu. In cerca di acqua, viveri. Il mercato era sotto tiro di mortaio, i serbi erano pure lì. Ma da qualche parte bisognava andare. Le ortiche, per quanto buone, non bastavano più. La tua casa, nel frattempo, si era ristretta. La cucina era diventata la stanza più importante, anche perché era l’unica. Il resto era stato bombardato. Per il viale campeggiava un cartello: “Pazi snajper”. Attenzione: cecchino. Ancora. Sempre. Continua a leggere