Messico

Il lato oscuro del resort

Campo resort Playa del Carmen

 

Chissà se la loro presenza risulta in qualcuna delle migliaia di cartelline plastificate in dotazione allo staff di uno dei moltissimi resort che si susseguono lungo la costa Maya da Cancùn a Playa del Carmen senza soluzione di continuità. Sono messi lì, più per standard che per convinzione. Fanno parte del non detto, del non visto che inevitabilmente si cela dietro a queste organizzazioni para-militari del turismo internazionale. Due canestri, di quelli mobili, scelti a catalogo. Posizionati a una distanza casuale tra loro, in un angolo del campo in erba sintetica per il calcio a cinque.

Il fatto che a nessuno delle migliaia tra ospiti, animatori, cuochi, camerieri, portieri, donne delle pulizie, addetti al taxi, prenotatori di gite, barman, addetti all’allineamento delle sedie a sdraio, giardinieri, idraulici, manutentori specializzati e non, supervisori, di questi canestri importasse meno di nulla, è stato confermato dal fatto che, al momento di immortalarli, l’unica forma di vita presente sul posto insieme all’autore dello scatto fosse un’iguana, tra l’altro prontamente ritiratasi nel tombino antistante l’ingresso al campo non appena intuito il goffo tentativo di ritrarla. Continua a leggere

Il vero mistero dei Maya e della prima forma di basket della storia

Campo della pelota Chichén Itzà

 

Maledetti Toltechi. Se invece di partire alla conquista dello Yucatan, alla fine del 900 dopo cristo, se ne fossero stati tranquilli sui loro umidi altipiani del nord, la civiltà Maya sarebbe resistita qualche secolo in più, diciamo almeno fino all’arrivo dei Conquistadores. E forse, anche quella forma ante litteram di pallacanestro che i Maya avevano inventato, sarebbe stata più longeva. L’idea (s)tolteca di sacrificare il capitano della squadra vincitrice, alla lunga non poteva certo attrarre stuoli di praticanti, anche se il premio era un posto in prima fila nell’aldilà.

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In Messico all’ombra dei ragni giganti (dove si fa canestro passando per un porta da calcio)

Campo da basket, Mexico.

 

Sembrano grandi insetti di ferro, pronti ad avanzare uno verso l’altro. Ad un primo sguardo questi canestri, comunemente diffusi nelle strade del Messico, colpiscono per la forma bizzarra. Una pianta a rettangolo rovesciato, il cui lato lungo fa da base alla struttura. Sembrano solo canestri un po’ strani, che capovolgono i canoni consolidati dei playground.

E invece il rovesciamento di questi manufatti è prima di tutto sportivo. Osservandoli con più attenzione, questi non sono canestri da basket. O meglio, non soltanto. La parte inferiore della struttura è a tutti gli effetti una porta da calcio. Continua a leggere

Canestri, nuvole e parabole: l’istruzione a distanza e le contraddizioni del Messico

Campo da basket Telescuela Messico

 

Potrebbero passare inosservati questi canestri, sull’interminabile rettilineo che taglia in due la foresta dello Yucatan e porta alla città perduta di Cobà. Dietro ad una recinzione si scorge un campo da basket ben conservato, con strutture monopalo e tabelloni decorati con loghi di varia natura e una linea grafica che richiama tanto quella della Coca-Cola, onnipresente lungo qualsiasi strada del Messico.

Il campo da gioco in realtà fa parte di una struttura scolastica molto particolare. In apparenza potrebbe sembrare una piccola scuola di campagna. Sullo sfondo le immancabili nuvole nel cielo messicano. Un po’ più defilata, una parabola satellitare sul tetto del minuscolo edificio, dettaglio in apparenza irrilevante, che invece è la chiave di questa immagine. Continua a leggere

Due contro due, con le regole dei Maya

Campo allenamento sito Maya di Cobà

 

Ecco un bel campo da due contro due. Non è un refuso né un errore di calcolo. Semplicemente siamo nello Yucatan, mille anni fa o giù di lì. E questo è uno dei primi campi da basket di sempre. O meglio, di quello che – tra i giochi dell’antichità ricostruiti dagli storici – più di ogni altro assomiglia alla moderna pallacanestro.

E’ un campo di allenamento e per le sue ridotte dimensioni si giocava in due contro due. Qui a Cobà, nel pieno della foresta yucateca, crescevano i giocatori destinati poi a sfidarsi a Chichén Itzà, il palcoscenico più prestigioso, il Madison Square Garden dell’era Maya. Dimentichiamo rimbalzi e palleggi, però. Il pallone pesava tra i tre e cinque chili, grossomodo come giocare con la famigerata palla medica, incubo delle ore di ginnastica alle medie.

Il punteggio finale poteva essere uno solo, uno a zero. Al primo canestro la partita si concludeva. Anche perché centrare il cerchio posizionato a quasi quattro metri di altezza doveva essere tutt’altro che semplice. Non solo per il peso del pallone, ma anche perché per colpirlo si potevano utilizzare solo gomiti, anche e ginocchia, fortunatamente preservati da apposite protezioni di cuoio.

A Cobà i rampolli dell’elite si allenavano quindi per diventare campioni, in una sorta di accademia formata dai migliori talenti della penisola. E fino al 1100 d.c. si giocava per il puro gusto dello spettacolo e per omaggiare le divinità celesti. Poi con l’arrivo dei Toltechi cambierà tutto: vincere o perdere diventerà questione di vita o di morte, nel vero senso della parola. E a quel punto le squadre saranno formate esclusivamente dal popolo.

Alessandro Tomasutti

 

Note a bordo campo

Fondo: in terra battuta

Struttura: canestri in pietra ad anello verticale, posizionati a metà del campo sui lati lunghi. Sopra i canestri, le due tribune per gli spettatori.

Accesso: a pagamento (circa 5 euro), per la visita al sito archeologico di Cobà

Indirizzo: Cobà, Quintana Roo – Mexico

 

(foto di Alessandro Tomasutti)