New York

New York post (scriptum): il canestro del terrore

0093 Hudson playground from One

Esistono i canestri di risulta. Canestri visti, fotografati, tenuti, anche se privi di storie da raccontare. Canestri pur sempre esistenti. Accumulati nel tentativo di scriverne.

Questo era uno di quei canestri. Fu ripreso nell’estate del 2016, a Manhattan, dalla cima del nuovo World Trade Center.

Di per sé, non aveva molto da dire, a parte il fatto di trovarsi sull’Hudson River, inusuale spartiacque fra la pigrizia delle barche attraccate da una parte e il perenne andirivieni delle auto dall’altra. New York, in fondo, fa sempre il resto.

Il tempo, però, non era così d’accordo. E poco più di un anno dopo diede ben altro senso a quella foto.

Decise di attendere il pomeriggio del giorno di Halloween, il 31 ottobre del 2017, per far correre a tutta velocità un furgone sulla pista ciclabile contigua al playground, falciando una ad una le bici, le spensieratezze e le vite di cinque turisti argentini, ritrovatisi su quella strada per celebrare in compagnia i trent’anni della laurea.

I canestri del campetto hanno forse visto il finale dell’attacco, le ultime ruote, e ossa, che volavano via, prima che l’attentatore schiantasse il suo pick-up su uno scuolabus del liceo di fronte. Ecco, magari non se ne sono neppure accorti, impegnati a respingere un tiro da tre o ad accogliere un sottomano rovesciato.

Poco importa, in definitiva. Perché tutto si sovrappone alle assonanze che affiorano, a riconoscere quel luogo innocuo subito dopo la strage, e da quel punto di vista: il World Trade Center, il terrore, le storie da scrivere e riscrivere. E l’11 settembre, che prima di diventare un fatto era solo una data di risulta.

di Francesco Sarti

 

Struttura: a traliccio

Fondo: cemento

Accesso: pubblico

Foto di Alvise Varagnolo

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New York post – (5) Canestri sull’acqua in riva all’Hudson

Brooklyn

 

di Francesco Sarti

Non distrarti. Se mi lasci un metro, tiro. Beh, anche se non me lo lasci. Perché funziona così, qui. Un passaggio al massimo e poi si va uno contro uno. Chi è più forte segna. Gli altri possono accomodarsi. A Brooklyn vige la legge della strada. Pochi fronzoli, molto fisico, tanto sudore. Continua a leggere

New York post – (4) That’s Rucker Park, fella!

Rucker Park

di Francesco Sarti

“That’s Rucker Park, fella!”

Siamo appena sbucati dalla metro. Un’ora tutta d’un fiato da Downtown Manhattan fino al capolinea di Harlem, incrocio tra la 155esima strada e l’ottava Avenue. Il deserto.

Il tragitto è stato uno stillicidio di passeggeri. L’inflazione di razze e colori si è progressivamente sciolta nel nero dei fratelli. Sempre meno, sempre più assonnati. Lo speaker, verso la fine, non scandiva più le fermate. Le rappava. Continua a leggere

New York post – (1) Canestri in volo sui tetti di Manhattan

rooftop

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di Francesco Sarti

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A New York non esistono i tetti. Ci sono solo le sommità. I grattacieli sembrano calvi e, se finiscono, finiscono in uno slancio, che è poi il senso di una cuspide. Qualcuno di imprecisato, dall’alto (per forza dall’alto), ha deciso di piazzare su uno di questi un campo da basket. Motivo ignoto, se non che si gioca ovunque, ad ogni livello, basta provarci. Continua a leggere